Matteo Fato (Pescara, 1979) è un giovane artista che si muove agilmente sul confine tra tradizione e contemporaneità. Partendo da un’originaria vocazione pittorica, influenzata da una forte ammirazione per la pittura cinese (come ha dimostrato nel suo precedente lavoro In China, composto da una serie di realizzazioni a china su carta), l’artista approda al formato video. Sostituendo la matita con la penna grafica, Fato realizza una serie di suggestioni visive affascinanti (nonostante l’economia dei mezzi utilizzati), quasi una successione di scatti fotografici o di singoli quadri che, sapientemente alternati, danno vita ad un processo di composizione/scomposizione di immagini dal forte impatto visivo ed emozionale.
Già nella prima opera ri..Tornatore (2002, 3’ DVD) questo incontro/scontro di linee compositive è chiaramente sintomo di una via ricca di spunti da elaborare. Ispirato a La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore, questo lavoro alterna fotogrammi originali ad animazioni grafiche e, con i suoi 807 disegni, compone immagini sempre nuove che crescono sotto gli occhi incantati di chi osserva. I lavori di Fato sfiorano continuamente il confine fra arte e tecnologia: Autoritratto (2006, 4’ 35’’ penna grafica su video) ad esempio, con i suoi 1093 disegni animati sulle note dell’Allegro dal Concerto in Fa Maggiore di Johann Sebastian Bach, racconta una giornata qualunque nella vita dell’artista attraverso i canoni ben precisi della dissoluzione virtuale del segno grafico tradizionale.
Ciononostante l’animazione narrativa è vivace e leggera e la sincronia musica-immagine è a dir poco perfetta. Un discorso a parte merita l’ultimo lavoro, Senza titolo con fiamma (2006 – 561 disegni): in questo caso il suono non assolve ad una funzione di accompagnamento dell’immagine; al contrario contribuisce a caricarla di un significato realistico molto più forte, dando l’idea della presa diretta e suggerendo la sensazione di una reale accensione del fiammifero che vediamo sullo schermo. A chiudere l’esposizione segue la presentazione -in esclusiva- del taccuino dell’artista; chiuso in una teca, mentre un video lo proietta sullo schermo.
Lisa Reihana (1964) è un’artista originaria della Nuova Zelanda, animata da un’attenta quanto scrupolosa ricerca delle origini che l’ha portata a riflettere sulla sua tradizione -la cultura Maori- alla luce della contemporaneità, per sottoporla successivamente ad un processo di purificazione dalle influenze mediatiche e antropologiche che ne hanno distorto l’immagine.
La sua arte, pertanto, si caratterizza subito come un mezzo efficace per ritornare ad una verità storica perduta, tenendo conto delle numerose sfumature politiche e sociali. Native Portraits N.19897 è un lavoro -commissionato nel 1997 da Ian Wedde per il Museo Te Papa Tongarewa- che l’ha condotta a studiare le fotografie raccolte dai colonizzatori del XIX secolo, custodite ancora oggi nei più importanti musei della Nuova Zelanda. Aldilà della vocazione artistica, la Reihana possiede anche una notevole maestria nella realizzazione dei piccoli oggetti: nella cultura Maori arte e quotidianità non a caso sono molto vicine tra loro.
Nei lavori video è molto sentita l’influenza cyberpunk, riscontrabile nell’immaginario dei videogiochi, dei film d’animazione e di fantascienza, insieme a quella più radicata dei miti popolari e dei racconti per bambini. Le opere in mostra colpiscono per la loro semplicità, raccontando gesti e momenti di vita quotidiana. Nella sua produzione l’artista ha voluto dedicare anche una sezione al Marae, luogo politico per eccellenza della cultura Maori e sede dei più importanti eventi politici e religiosi. Il Marae è costituito dal Wharenui che, oltre al luogo fisico inteso come struttura architettonica, rappresenta il corpo del primo antenato e dai Poupou, che sono le figure incise nel legno, simbolo degli altri antenati. Utilizzando la tecnologia digitale, la Reihana ha ricostruito virtualmente questo spazio popolandolo di immagini mitologiche (cyberpunk) altamente suggestive che vanno a sostituire simbolicamente quelle tradizionali. L’opera completa prende il titolo di Let there be light (DVD 3’ 33’’).
michele nero
mostra visitata il 6 settembre 2007
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Sarannò delicati e suggestivi (!) questi disegni in sequenza video di Fato ma non è un procedimento ben caludato da: Toccafondo, Pessoli, Ricci? Chi non se li ricorda le pubblicità di Toccafondo, per non parlare di "Caligola" di Pessoli...a loro i meriti.
Può essere il sostituire la matita alla penna grafica un mezzo così sorprendente e contemporaneo? A guardarli i video non ci si accorge di questa differenza, tra l'altro la tecnologia nella grafica ormai ne inventa una nuova ogni tre mesi.