La galleria romana ospita, in occasione della V edizione del Festival Internazionale di FotoGrafia l’artista indiana Dayanita Singh, in mostra con 21 scatti recenti. Dopo il rifiuto del dilagante sensazionalismo, avvenuto già nel 1992 e il passaggio alla fotografia di genere avente per soggetto l’India benestante, Singh approfondisce il discorso sulla contaminazione culturale focalizzando la sua attenzione sugli interni di abitazioni borghesi. Dal 2002 gli oggetti sono i nuovi protagonisti del suo obiettivo, testimoni inconsapevoli di trascorsi storici e personali. Oggettivo e soggettivo si intersecano dando vita ad una realtà terza, atemporale e indefinita. Ambienti contemporanei di Lincoln e Calcutta racchiudono il sapore del mondo anglosassone degli anni Sessanta e Settanta. Status symbol del design internazionale sono innalzati a icone del benessere sociale, come se la corsa al progresso nel tentativo di raggiungere l’evoluzione occidentale si forse cristallizzata a quarant’anni fa.
Il bianco e nero usato dall’artista sottolinea quest’atmosfera nostalgica e surreale, in cui compaiono estemporanei elementi del sostrato indiano. Case arredate da un gusto che rievoca la figura di Jacqueline Kennedy, rese da un taglio
Sono piccoli dettagli a svelare l’identità di questi ambienti, uno scatto dopo l’altro ne scorgiamo l’intimità, aldilà del vetro della cornice ci sono stanze accoglienti, in cui il retaggio indiano invade lo spazio, prevaricando lo stile nostrano. Un sincretismo viscerale che non lascia tacere le radici autoctone pur nel disperato bisogno di dimenticarne i disagi.
Dayanita Singh riesce a restituire con l’immagine fotografica l’autonomia di questa contaminazione. I suoi interni, anche privati dei propri dimoranti, ne conservano palpabile la presenza, l’insita necessità di far emergere la propria identità culturale. Una mostra che va oltre il fotogiornalismo, dimostrando come la realtà possa essere testimoniata, aldilà del brutale, attraverso l’arte.
marzia bistolfi
mostra visitata il 31 maggio 2006
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