Alfredo Zelli
L’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, Azienda Palaexpo e Fondazione Mattatoio presentano due mostre apparentemente distanti ma complementari, Beata Moltitudo di Alfredo Zelli e Con qualche parte della terra di Vincenzo Scolamiero.
Il luogo espositivo preposto per mostrare il lavoro degli artisti romani è il Mattatoio, situato nel cuore del quartiere Testaccio, considerato uno dei più importanti edifici di archeologia industriale della Capitale. I padiglioni che caratterizzano l’intero complesso testimoniano il passaggio tra un tempo e un altro e tra diversi usi, verso una modernità espositiva che trova, tra le sequenze dei pilastri metalli, un luogo che esalta i contenuti artistici. La gestione affidata alla Fondazione Mattatoio di Roma ha come missione la valorizzazione degli spazi rigenerati, proponendo momenti artistici di alto interesse culturale e offrendo alla città mostre fruibili gratuitamente.
Nei padiglioni nove A e B, vicini all’ingresso principale, espongono dunque Alfredo Zelli e Vincenzo Scolamiero, non a confronto ma integrati in un progetto più complesso, di valorizzazione del territorio attraverso il lavoro di artisti che nella città vivono e lavorano. Entrambi fanno parte della scuola romana e ambedue hanno una storia simile di insegnamento, di attenzione alla poesia e al ritmo della musica. La ricerca, la sperimentazione e l’evoluzione sono fondamentali nella loro arte, considerati veri e propri motori di ispirazione. La loro poetica comune li ha portati a esprimersi insieme in diverse esibizioni presso gallerie e musei e l’affacciarsi “uno di fronte all’altro”, si trasforma in un affaccio “dentro l’altro”.
Per Beata Moltidudo, a cura di Carlo Alberto Bucci, Alfredo Zelli presenta le sue creazioni dal 2012 al 2026, senza un ordine cronologico ma proponendo una visione legata al volume e all’emotività, scardinando la dimensione spaziale e le convenzioni stilistiche.
La figura dell’ovale, troneggiante e monumentale nella prima installazione Senza titolo dal colore giallo, datata 1999, di legno e cartone, accoglie il visitatore. Sarà questo bozzolo a trasformarsi in forma umana come idea di perfezione nelle successive opere. L’artista invita a perdersi nel “noi” immaginato, riuscendo nell’intento di rendere universale, l’esperienza individuale.
Il riferimento latino Beata Moltitudo, usato dall’artista per il titolo della sua personale, sottolinea l’importanza di staccarsi dal mondo, per raggiungere pace e tranquillità d’animo. La pittura diviene luogo di riflessione e nella sospensione, nella trasparenza e nella composizione si arriva a una terza dimensione.
Con l’opera Tutto è nascente, i fogli acetati si articolano a raggiera attorno a un palo centrale, restituendo l’immagine di un corpo in movimento, libero da limitazioni spaziali, in una esplosione di luce. L’opera viene ammirata girandovi intorno e creando movimenti inaspettati, intercettando, mediante le sovrapposizioni di trasparenze, il trascorrere del tempo. L’artista trasforma le sue opere in volumi architettonici con due punti di vista, uno frontale, terso e luminoso e facilmente codificabile, e l’altro laterale, in cui viene mostrata la costruzione dell’opera.
È l’essere umano al centro del lavoro dell’artista, che riacquista immediata riconoscibilità per poi smaterializzarsi e ritornare ad essere segno anziché forma.
Nel padiglione di fronte vi è il lavoro artistico di Vincenzo Scolamiero, nella mostra Con qualche parte della terra, che ripercorre 15 anni di ricerca pittorica. Anche per Scolamiero la poesia diviene luogo di riflessione e il titolo scelto per la personale ne è un esempio. La citazione: “Con qualche parte della terra” è tratta dal verso di Louise Gluck nella poesia Fine Estate: «Dopo che mi vennero in mente tutte le cose, mi venne in mente il vuoto e c’è un limite al piacere che trova nelle forme».
La poesia la si ritrova anche nei titoli delle opere, consolidando il livello evocativo dell’immagine e creando un percorso artistico di dialogo e risonanza emotiva. Equilibrio compositivo accompagna le sue opere e lo spazio dinamico ne diventa tale, per l’alternanza tra pieni e vuoti, diventando il vuoto elemento costruttivo.
L’arte di Scolamiero è segnata da un rigore accademico, in cui la sperimentazione del colore si bilancia con una gestualità più istintiva. L’uso dei pigmenti in prevalenza terrosi consente all’artista di variare la fluidità delle tracce e la pittura si caratterizza da forme ibride sospese tra astr azione e figurazione. L’artista costruisce da solo i suoi arnesi, iniziando l’opera ben prima di intervenire sulla tela e tutto partecipa alla creazione, dal movimento del corpo, fino al ritmo de respiro. Le grandi tele si alternano a opere più piccole esposte in sequenza. L’allestimento è curato da Maria Vittoria Pinotti. La mostra è accompagnata da un catalogo edito da De Luca Editori d’Arte.
Le mostre rimarranno in visione fino al 17 maggio 2026
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