Tempio di Dendur, Metropolitan Museum of Art, New York
Da un lato, l’opera inquieta e rarefatta di Alberto Giacometti, dall’altro, uno dei reperti più affascinanti dell’antico Egitto: il Tempio di Dendur. Sarà un incontro che promette di svelare nuove e inaspettate suggestioni, quello proposto dal Metropolitan Museum of Art di New York che, dal 12 giugno all’8 settembre 2026, presenterà la mostra Giacometti in the Temple of Dendur. Il progetto, realizzato in collaborazione con la Fondation Giacometti, riunirà 17 sculture, tra bronzi e gessi, alcuni dei quali raramente esposti, disposte dentro e attorno al tempio conservato nell’Ala Sackler del museo. Le iconiche figure allungate dell’artista svizzero entreranno in risonanza con la struttura millenaria del santuario egizio, dando forma a un dialogo profondamente simbolico.
La mostra è stata annunciata dal Met come un appuntamento di particolare rilievo, anche alla luce della temporanea chiusura dell’ala dedicata all’arte moderna, attualmente interessata da un intervento di ristrutturazione e ampliamento. Al tempo stesso, il progetto segnala una direzione sempre più esplicita dell’istituzione: superare le tradizionali separazioni tra dipartimenti, mettendo in relazione epoche e linguaggi distanti. Un orientamento già emerso con la mostra del 2024 Flight into Egypt: Black Artists and Ancient Egypt, 1876–Now, dove reperti antichi venivano accostati a opere moderne e contemporanee.
Costruito intorno al 10 a.C. e dedicato alla dea Iside e ai fratelli divinizzati Pedesi e Pihor, il Tempio di Dendur fu smontato negli anni Sessanta per salvarlo dalla sommersione causata dalla costruzione della diga di Assuan e donato agli Stati Uniti nel 1965. Ricollocato all’interno dell’Ala Sackler, con la vasca riflettente che evoca il Nilo, sul quale il santuario si affacciava, e la luce filtrata che simula quella nubiana, oggi il tempio è una delle opere più importanti del museo newyorkese.
Proprio nell’arte egizia Giacometti aveva trovato un modello decisivo, fin dagli anni Venti, per il senso di intensa immobilità espresso da quello stile, che richiamava immediatamente una dimensione spirituale. Le sculture egizie, studiate tra Firenze, Roma e soprattutto al Louvre, gli offrirono una grammatica essenziale per ridurre la figura umana a presenza pura, carica di significato.
Nel contesto del tempio, questo rapporto emerge con particolare evidenza. Walking Woman (I) (1932), che sarà collocata nello spazio dell’offerta, richiama la posizione delle statue divine all’interno del santuario, evocando il momento in cui l’immagine sacra si preparava a incontrare i fedeli. Altrove, gruppi di figure – come le celebri Women of Venice (1956) – si disporranno sulla piattaforma rialzata, suggerendo un’atmosfera rituale scandita da apparizioni sfumate.
«Giacometti tornava continuamente sulla questione di come infondere nella sua opera l’esperienza dell’essere umano», ha affermato Stephanie D’Alessandro, curatrice di arte moderna Leonard A. Lauder del Met e coordinatrice senior della ricerca presso il Dipartimento di Arte Moderna e Contemporanea. «Le sue sculture, visibili all’interno e intorno al Tempio di Dendur, affinano la nostra comprensione del suo impegno, protrattosi per tutta la vita, volto a distillare la presenza umana nella sua forma più essenziale».
Di fronte alla solidità millenaria della pietra arenaria, le sculture di Giacometti appaiono al tempo stesso precarie e monumentali, come se il tempo stesso le attraversasse. La mostra costruisce così una riflessione su alcune questioni fondamentali che attraversano tanto l’arte antica quanto quella moderna: la presenza e la sua rappresentazione, la distanza tra oggetto e soggetto, il rapporto tra visibile e invisibile.
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