Micaela Piñero, Speaking in All Languages. Ph. Tiberio Sorvillo
Che cosa significa oggi parlare di comunità? In un presente attraversato da conflitti geopolitici, crisi climatica, polarizzazione sociale e crescente isolamento individuale, la parola sembra oscillare continuamente tra nostalgia e necessità. Da un lato evoca forme di appartenenza che appaiono sempre più fragili; dall’altro emerge come una delle poche categorie capaci di offrire una risposta alle trasformazioni radicali del nostro tempo. È proprio da questa tensione che prende avvio Reclaiming Collective, seconda edizione della FORT Biennale ospitata negli spazi del Forte di Fortezza e curata da Hannes Egger, Andrea Lerda e Veronika Vascotto.
Più che una mostra, il progetto si presenta come un dispositivo culturale che prova a interrogare e ridefinire il significato stesso dello stare insieme. Il titolo, Reclaiming Collective, suggerisce già un gesto preciso: riappropriarsi della dimensione collettiva come pratica politica, sociale e immaginativa. Non si tratta però di recuperare modelli comunitari idealizzati o di proporre una visione romantica della convivenza. Al contrario, la biennale assume la complessità del presente come punto di partenza e cerca di individuare nuove forme di relazione capaci di superare le logiche dell’individualismo che caratterizzano gran parte delle società contemporanee.
La scelta del Forte di Fortezza appare particolarmente significativa. Costruito nell’Ottocento come infrastruttura militare e luogo di controllo territoriale, il complesso architettonico viene oggi reinterpretato come spazio di dialogo e sperimentazione. Le sue mura, nate per separare e difendere, diventano il contenitore di un progetto che riflette invece sull’incontro, sull’apertura e sulla possibilità di costruire legami. La trasformazione simbolica del luogo è parte integrante della narrazione curatoriale: laddove un tempo esistevano confini, gerarchie e strategie di difesa, oggi si prova a immaginare una grammatica della cooperazione.
L’ambizione della biennale è dichiaratamente ampia. Il progetto si confronta con alcune delle questioni più urgenti della contemporaneità – dall’emergenza climatica alla crisi delle relazioni interpersonali, dalla diffusione di modelli autoritari alle trasformazioni prodotte dall’ecosistema digitale – proponendo l’arte come spazio di riflessione ma anche come laboratorio di possibilità. In questo senso, Reclaiming Collective non si limita a rappresentare il mondo: tenta di prefigurarlo diversamente.
Uno degli aspetti più interessanti dell’edizione 2026 è la struttura curatoriale articolata in quattro capitoli – Think, Play, Dance e Act – che organizzano il percorso espositivo come un processo graduale di avvicinamento all’idea di comunità. Più che semplici sezioni tematiche, i quattro capitoli funzionano come modalità differenti di accesso al collettivo.
Think rappresenta il momento della riflessione critica e della speculazione immaginativa. È la sezione che si confronta con le fratture del presente e con la necessità di elaborare nuove visioni del futuro. Qui la comunità viene pensata come possibilità ancora in formazione, come orizzonte da costruire attraverso l’immaginazione. Le opere riunite in questo capitolo affrontano questioni come la solitudine contemporanea, l’impatto delle tecnologie digitali, la ridefinizione dei rapporti tra umano e non umano, le narrazioni identitarie e i processi di trasformazione sociale. Non si tratta di proporre soluzioni immediate, ma di creare uno spazio in cui esercitare il pensiero e mettere in discussione i paradigmi dominanti.
In questa prospettiva si collocano lavori come Ministry of Loneliness di Rebecca Moccia, che riflette sulle condizioni strutturali della solitudine nelle società contemporanee, o le ricerche di Rosmarie Lukasser dedicate agli effetti dell’iperconnessione digitale. Altre opere, come quelle di Josèfa Ntjam, Flaminia Veronesi o Mali Weil, aprono invece scenari utopici e post-antropocentrici, immaginando forme di esistenza fondate sull’interdipendenza e sulla coesistenza. Ciò che emerge è una pluralità di narrazioni accomunate dalla volontà di superare le categorie attraverso cui siamo abituati a interpretare il mondo.
Se Think lavora sul piano dell’immaginazione, Play sposta l’attenzione verso l’esperienza. Il gioco viene inteso come pratica relazionale, come esercizio di ascolto e disponibilità nei confronti dell’altro. In un’epoca dominata dalla competizione e dalla performance, la sezione rivendica il valore della partecipazione, della condivisione e della costruzione collettiva del significato. Molte delle opere presenti richiedono infatti il coinvolgimento diretto del pubblico e si attivano solo attraverso la relazione.
Qui emerge con particolare evidenza uno degli aspetti centrali della biennale: il rifiuto della figura dello spettatore passivo. Le installazioni diventano occasioni di incontro, strumenti attraverso cui sperimentare concretamente forme di cooperazione e mutuo sostegno. Gli sgabelli mobili di Maël Veisse, destinati a diffondersi progressivamente negli spazi della mostra, o le maschere relazionali di Michael Fliri, che possono esistere soltanto grazie alla collaborazione di due persone trasformano la partecipazione in una componente strutturale dell’opera. La comunità non è semplicemente rappresentata: viene praticata.
Il terzo capitolo, Dance, introduce una dimensione ulteriore. Qui il corpo diventa il luogo privilegiato della relazione. Ballare, ascoltare musica, condividere uno spazio e un ritmo significa attivare forme di connessione che precedono il linguaggio e le appartenenze identitarie. Particolarmente interessante è il modo in cui la sezione mette in dialogo culture musicali differenti provenienti dal territorio alpino. Attraverso registrazioni audio, eventi e pratiche partecipative, Dance costruisce una geografia affettiva della comunità, evidenziando come la dimensione festiva possa costituire uno spazio di aggregazione e di produzione di legami.
Infine Act, il capitolo che traduce la riflessione e l’esperienza in azione concreta. Qui la comunità non è più soltanto un concetto o una pratica simbolica, ma un insieme di processi radicati nei territori e nelle relazioni quotidiane. Centrale in questa sezione è la presenza dell’Alpine Changemaker Network, rete transnazionale che riunisce organizzazioni culturali, artistiche e sociali impegnate nell’immaginare nuove forme di vita collettiva nelle regioni alpine.
L’inclusione di questa piattaforma all’interno della biennale è particolarmente significativa perché espande il progetto oltre i confini dell’istituzione artistica. L’arte entra in dialogo con pratiche di attivismo, ricerca territoriale, sostenibilità e innovazione sociale, contribuendo a costruire un ecosistema di relazioni che coinvolge soggetti e competenze differenti. In questo modo la mostra non si limita a parlare di comunità, ma si connette a esperienze che la comunità la costruiscono concretamente.
Questo approccio aperto e interdisciplinare trova ulteriore sviluppo nella collaborazione con Eurac Research. Attraverso il progetto Reclaiming Collective Extra, la biennale mette in relazione ricerca artistica e ricerca scientifica, offrendo strumenti interpretativi capaci di ampliare la lettura delle opere e dei temi affrontati. Antropologia, scienze sociali, studi politici e comunicazione scientifica entrano così a far parte della narrazione curatoriale, contribuendo a costruire una prospettiva multifocale sulla complessità del presente.
L’attenzione alla dimensione locale rappresenta un altro elemento fondamentale del progetto. Fortezza non è soltanto il luogo che ospita la biennale: diventa un interlocutore attivo. Alcuni lavori nascono infatti da processi di coinvolgimento diretto della comunità, come nel caso del progetto di Museo Wunderkammer dedicato alla toponomastica partecipata del territorio. Attraverso la raccolta di nomi, memorie e percezioni condivise, l’opera restituisce la pluralità di voci che abitano il paesaggio contemporaneo.
Tuttavia sarebbe riduttivo interpretare Reclaiming Collective come una semplice iniziativa di arte partecipativa legata a un contesto specifico. La forza del progetto risiede proprio nella capacità di tenere insieme scala locale e dimensione globale. La comunità evocata dalla biennale non coincide con un gruppo chiuso o con un’identità definita. È piuttosto una costellazione aperta di relazioni che comprende esseri umani e non umani, territori, linguaggi, pratiche e immaginari.
In questo senso il termine “collective” assume una portata radicale. Non indica soltanto la somma di individui che collaborano tra loro, ma un diverso modo di concepire l’esistenza stessa. Le opere, le pratiche partecipative, la collaborazione con le realtà territoriali e il dialogo con la ricerca scientifica convergono verso una stessa intuizione: la sopravvivenza e il benessere delle società contemporanee dipendono dalla capacità di riconoscere le interdipendenze che ci legano gli uni agli altri e al mondo che abitiamo.
In un panorama artistico spesso orientato verso la spettacolarizzazione dell’esperienza, la seconda edizione della FORT Biennale sceglie dunque una strada differente. Propone l’arte come spazio di ascolto, di immaginazione condivisa e di costruzione di legami. Non offre risposte definitive, ma invita a sperimentare nuove forme di convivenza. E proprio in questa disponibilità all’apertura, alla partecipazione e alla costruzione comune del senso risiede forse il contributo più significativo di Reclaiming Collective: ricordarci che la comunità non è un dato acquisito, ma una pratica da esercitare ogni giorno.
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