Se il rosso -colore che ricopre la parete appositamente realizzata per questa mostra, che attraversa la galleria per tutta la sua lunghezza e costruisce nuovi spazi e un percorso determinato- è il colore della passione, la passione è il sentimento che accoglie, guida e sottolinea l’incessante ricerca artistica di Alfredo Pirri (Cosenza 1957; vive a Roma). Una ricerca appassionata, la sua, che trova proprio nelle mostre l’unità di misura costruttiva del suo percorso artistico, un momento di bilancio, di ulteriore riflessione e di sistemazione ideologica delle opere.
E così Racconti (naturale prosieguo di Fare e rifare, 2004) è la narrazione complessiva e specifica di un cammino, formato da tanti piccoli passi. Acque sono gli acquarelli ordinatamente infilati sulla parete scarlatta. Romanticamente riproducono, con colori scuri -che vanno dal nero al grigio, dal blu al marrone e al verde, con sprazzi di giallo, rosa e azzurro-, lo scorrere lento o veloce, serrato o cadenzato, ordinato o irregolare, della pioggia sui vetri. Come note su un infinito pentagramma, punteggiato dalle diverse forme che l’acqua assume ed evoca durante il suo scivolare.
Superata la parete, si apre la “foresta incantata”, popolata da una coppia di acquarelli di grandi dimensioni della serie Acque, da nuove “sculture” e da “vecchi” lavori. Termine adottato per indicare quei lavori creati col processo che è la sigla distintiva di Pirri: i suoi frammenti di cartoni per conservazione -o carta museale- strappati e sovrapposti, che risplendono e accolgono la luce creando un delicato e inaspettato riverbero sulla parete. Inaspettato perché il lato in vista, quello verso lo spettatore, spesso è banalmente bianco: è quello nascosto allo sguardo a dichiarare la propria tonalità , ma per riflesso. Stavolta, nei due lavori, il cartone è stato sostituito da vetri, che creano una sorta di paesaggio montano
Una forte sensazione di leggerezza, di sospensione, è creata da Aria (opera presentata anche alla fiera Artissima13), grande teca di plexiglas cosparsa di bianche macchie sfumate di rosa, che intrappolano altrettante candide piume: decine e decine di piume rimangono sospese nell’aria, come fissate nel ricordo, dopo un’infantile lotta con cuscini. Quelle stesse piume si sovrappongono invece in diversi ripiani, sempre in parallelepipedi di plexiglas, a formare un cubo che poggia su un grande specchio: una cascata che inaspettatamente riesce ad incrinare in mille frammenti la lastra riflettente (Le jardin féerique).
Infine White Cube e The house of rising sun. In tutte e due le opere si sovrappongono dei parallelepipedi, bianchi nella prima -un chiaro riferimento agli spazi essenziali destinati ad accogliere l’arte contemporanea- rosa nella seconda. Entrambi abitati da piccole figure bloccate in posizioni sospese.
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