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fino al 5.III.2011 | James Beckett | Roma, T293

di - 3 Marzo 2011
Impossessarsi di una storia, del
luogo in cui si è svolta, raccogliere tutto quello che è necessario a
conoscerla. Estrapolarne poi alcuni elementi e reinserirli in un’altra storia,
finta, creata apposta per giocare con la manipolazione narrativa propria
dell’intreccio.

La pratica artistica di James Beckett (Harare, 1977; vive ad
Amsterdam) si svolge nella documentazione accurata di un luogo o di un oggetto
dal ruolo particolare, per poi costruire intorno al luogo o all’oggetto in
questione un vero e proprio archivio di nozioni ragionate. Lo studio
parsimonioso di eventi e il ragionamento creativo che l’artista africano fa
scaturire da essi crea dinamiche di futuri e improbabili svolgimenti,
consolidando deduzioni sillogistiche specifiche con le quali fonda il suo
lavoro.

Dopo aver lavorato sulle vicende
partenopee di Bagnoli e dell’azienda Ilva per la galleria napoletana nel 2009,
la sua attenzione di ricerca si sposta in ambienti tribali, toccando la cultura
della popolazione georgiana dei Khevsuri: ospitati dal Caucaso centrale,
probabilmente discendenti da gruppi di crociati, i Khevsuri hanno goduto di un
isolamento geografico che ha permesso il mantenimento della loro storia.
Beckett si è così avvicinato agli usi e ai costumi di questa popolazione,
partendo dai loro utensili fino alle architetture per accostare a queste le
costruzioni tipiche di odierni giardini zoologici.


Dopo aver effettuato uno studio
accurato e scrupoloso, come avviene nelle sue pratiche passate, ha lasciato che
parte di questa cultura prendesse forma in blocchi di compensato grigio posti
agli angoli della galleria, come fossero parti di iceberg camuffato in una
pedana per pinguini da zoo. Sopra ha poi posizionato rami secchi e affusolati,
isolandoli dalla forma dell’albero originale, come a voler ricostruire un
ambiente ormai privo di vita.

In alternanza alle piattaforme,
una schiera di utensili camuffati in lance (o viceversa) sfila lungo il muro a
dimostrare la loro futile esistenza: composti da cucchiai, racchette da neve e
baionette, questi oggetti diventano un’arma contemporanea di scarso successo,
nata dall’ironica fantasia dell’artista di reperire utensili da collezioni
tribali e ridefinirne l’uso secondo un ragionamento immaginario. Ecco che i
Khevsuri disseminano la loro identità nell’identità di una cultura altra, che
non si fonda su storiche radici, ma vive nel paradosso della sua nuova
attribuzione a opera d’arte.


L’ambientazione di Beckett è una
farsa storica dove far convivere l’idea stilizzata dell’artificio zoologico e
delle sue tristi architetture ambientali, con “lance di cucchiai” di un lontano
influsso georgiano medievale. Uno strano connubio “artistico” che questa volta
pone il ragionamento beckettiano su un piano diverso e forse meno macchinoso e
avvincente di quello apportato a esempio dalla serie Living Registration. Ma l’interesse nell’avvicinarsi ai meccanismi
cerebrali dell’artista mantiene un alto livello di attenzione da parte del
fruitore che, spaesato dall’ambientazione in cui si trova, ragiona sulla
reversibilità della storia, senza tralasciare la consapevolezza della sua
originarietà.

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Da
T293 a Napoli

Personale
del 2007

flavia montecchi

mostra visitata il 15 febbraio
2011


dal 26 gennaio
al 5 marzo 2011

James Beckett – Khevsurvite Derivativa
(potenziali abitanti di anfratti)

T293

Via dei Leutari, 32 (zona corso Vittorio Emanuele II) – 00186 Roma

Orario: da martedì a venerdì ore 15-19 o su appuntamento

Ingresso libero

Info: tel. +39 0683763242; info@t293.it; www.t293.it

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Visualizza commenti

  • questa mostra mi è piaciuta molto. Se no dicono che sono sempre negativo.

  • @luca rossi: ecco fatto! hai sentenziato o meglio pontificato. che vuol dire che ti è molto piaciuta? quindi se è piaciuta a te, vuol dire che è bella?
    il senso e il perché della mostra? è uno studio antropologico messo in galleria? ora conosciamo meglio il popolo, è questo il perché? ma facciamola finita!

  • ..molto...diciamo che rispetto alcuni codici, definisce un certo immaginario intrigante, ma anche molto didascalico.

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