Una fine tela di seta impalpabile su cui sono tracciati al carboncino i contorni di una catena di montagne e, sul fianco di una di esse, le sagome di due statue incassate nella parete. Sopra il tutto, qualche rapida pennellata di un azzurro intenso, il cielo, e in basso a destra una piccola scritta; Afghanistan 2001. E’ quanto Isabelle Ducrot ha voluto dedicare all’ennesima incalcolabile perdita per il patrimonio artistico mondiale: la distruzione da parte dei talibani delle statue dei buddha nella valle di Bamiyan in Afghanistan. L’opera, una grande tela di 2 metri d’altezza per 3,60 m di larghezza, è stata donata dalla Ducrot alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma lo scorso 12 giugno ed è tratta dalla serie di “montagne” che l’artista ha eseguito ispirandosi al paesaggio afgano. Si trova esposta nella galleria in una sala adiacente il salone centrale.
3 foto in bianco e nero, scattate da Franco Sersale e collocate a sinistra della tela mostrano le due enormi statue (rispettivamente 55 e 33 metri di altezza) che sono andate distrutte. Un testo scritto da un famoso gallerista e curatore di mostre londinese, John Eskenazi, ci racconta di come furono scolpite nella roccia tra il III ed il IV secolo a.C. come dotazione per il grande centro monastico di Bamiyan che si trova a poche centinaia di kilometri ad ovest di Kabul.
Meta dei turisti fino all’insediamento dei talibani in Afghanistan erano poi state dimenticate, visitate soltanto dai bambini della zona che amavano arrampicarvisi nonostante il pericolo. Ora non ci sono più ed è da augurarsi che siano l’ultimo episodio dell’incuria e dell’indifferenza del mondo.
consuelo valenzuela
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