La preziosa oreficeria, razziata violando ogni tempio e tomba, fu quasi totalmente distrutta con l’editto reale del 1535, con il quale Carlo V di Spagna ordinò che tutto l’oro e l’argento proveniente dal Nuovo Mondo fosse fuso nelle zecche regie. Calima, Chiriqui, Cocle, Darien, Diquis, Muisca, Narino, Quimbaya, Sinù, Tairona, Tiwanaku, Tolima, Tolita, Tumaco, Veraguas, questi i nomi appartenuti ai popoli le cui origini sono ancora quasi sconosciute, e che il loro stretto rapporto con le stelle e la natura, l’importanza attribuita alla figura dello sciamano e la grande capacità di fusione e lavorazione del prezioso metallo, conferiscono loro un indiscutibile fascino.
L’arte della lavorazione dei metalli fu realizzata magistralmente tanto da non riuscire ad escludere facilmente rapporti storico-culturali con altre civiltà del Vecchio Mondo che svilupparono alcuni dei processi metallurgici qualche millennio prima. Una di queste avveniva martellando le pepite d’oro, rese malleabili dal calore, per poi essere decorate a sbalzo o con la tecnica dell’incisione, per quanto riguardava la realizzazione di pettorali, cinture o diademi. Gli oggetti in esposizione, che abbracciano un arco cronologico dal 1000 a.c. al 1500 d.c. circa, furono realizzati con una lega detta tombacco o guanin, costituita da oro e rame, che fonde ad una temperatura inferiore a quella necessaria per l’oro puro. Con la tecnica della fusione si ottenevano oggetti realizzati con un pezzo unico (tecnica di fusione con o senza nucleo), o attraverso l’assemblaggio di due o più pezzi (fusione con nucleo parziale). La tecnica più comune era quella della fusione senza nucleo, ottenuta attraverso il modellamento dell’oggetto in cera, ricoperto d’argilla mista a carbone, nella quale erano prodotti alcuni fori. Una volta scaldato il tutto la cera fuoriusciva lasciando la forma desiderata nello stampo nel quale si versava l’oro fuso, una volta indurito lo stampo veniva distrutto e il pezzo era pronto per la doratura, che avveniva con l’aiuto di succhi estratti dalle piante.
Alcuni degli oggetti sono stati realizzati con la raffinatissima tecnica della “falsa filigrana”, ottenuti fondendo la lega a bassissima temperatura, per preservare i delicati fili. I reperti si differenziano nello stile secondo le culture di provenienza relative alle zone Mesoamericana, Istmica e Sudamericana.
Tra i duecento oggetti in mostra, un considerevole gruppo è rappresentato dalla figura dello sciamano, portavoce degli Dei dai poteri soprannaturali. Una delle ipotesi relative alle statuine antropomorfe è che queste sostituissero i sacrifici umani praticati precedentemente in occasione della morte di un’alta personalità della tribù. Tra queste rappresentazioni emerge lo sciamano guerriero, proveniente dalla civiltà Quimbaya, con copricapo conico, ricca ornamentazione e due singolari apparecchi applicati in corrispondenza delle orecchie. Anche i “pendenti sonori” costituiscono un notevole nucleo della mostra, denominati gioielli tremuli, per la presenza di campanelli costituiti spesso da piccole pepite d’oro, raffigurano animali, o sciamani all’interno della cueva (recinto sacro), con maschere o tratti animaleschi combinati alla fisionomia umana. Uno di questi, proveniente dalla cultura Chiriquì, raffigura uno sciamano con la testa d’uccello e un grosso ombelico, rappresentante il centro del mondo, e il cordone con il quale lega le anime dei morti per poi trasportarle nell’aldilà. I pendenti con la foggia di piccoli animali sono suddivisi in tre categorie, fluviali (caimani, rane, coccodrilli e squali), terrestri (cervi, scorpioni, tapiri, ragni), aerei (aquile, gufi, pappagalli). D’estrema raffinatezza è il Caimano proveniente dalla cultura Quimbaya, che presenta una cresta dorsale costituita da minuscole sfere di platino. In esposizione, oltre ad alcune collane, scettri, vasetti, e alcune rappresentazioni del disco solare, ritenuto particolarmente sacro.
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