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Pino Pascali, armato ma non troppo

di - 15 Marzo 2014
L’arco temporale della prima metà degli anni Sessanta e l’impostazione curatoriale data da Anna Lovecchio potrebbero anche far commuovere chi oggi è intorno al mezzo secolo di età. Basta una parola: Carosello, il sempiterno contenitore di spot ante televisione commerciale che ha contribuito al legame tra il giovane Pino Pascali (Bari, 1935; Roma, 1968) e un modo di concepire la narrazione per immagini tra sperimentazione e avanguardia, dolcezze comico-iconiche e armamenti mai troppo offensivi.
La retrospettiva con cui Villa Croce avvicina il compianto pugliese (fino al 30 marzo) è di per sé piccola, ma molto precisa e preziosa nell’andare a scartabellare il background artistico ed estetico pre-personale alla galleria “La Tartaruga”, e soprattutto pre-Biennale di Venezia del ’68, del più pop tra gli artisti avvicinabili al cerchio magico dell’Arte Povera. Lo spirito “popular” di Pascali ha radici nel mezzo televisivo, prima col lavoro da aiuto scenografo in Rai e poi come disegnatore pubblicitario di spessore. E proprio dalla pubblicità inizia la mostra, dagli studi a grafite su carta realizzati nei primi anni Sessanta per un Intermezzo del Secondo Canale (protagonisti tre “stilizzati” moschettieri) e continuando col “Grand General” e soldatini  proposti per reclamizzare le sigarette Amadis, passando poi per i guerrieri medievali, fogli dove non mancano tracce estemporanee che molto dicono in fatto di creatività e di parentele intime col gesto informale.
Visibilmente l’estetica pubblicitaria di Pascali si compiace di una costruzione geometrica divertente e grottesca in linea con certi stilemi dell’epoca, mentre per scelta espositiva le distintive armi bianche impugnate dai suoi innocui personaggi conversano faccia a faccia con una lunga lastra di lamiera su cui l’artista ha dipinto pistole e fucili, intervallati da file di proiettili che giocano ad essere reinventate come strisce decorative. Pistole, fucili e pallottole per Pascali diventano oggetti al di sopra di ogni sospetto da ricondurre alle origini della forma e della portata decorativa, dipinti a due dimensioni oppure ricostruiti in una sorta di stiacciato ottenuto scavando nell’impasto materico (colorato realisticamente in luccicanti sfumature oro, argento e verde) fregi complessi e anche molto minuti. Tutti oggetti personalmente metabolizzati e artisticamente concettualizzati (o esorcizzati) con quella presa ironica e inventiva che a lui veniva del tutto naturale, smaccata nella colorata personalizzazione – occhieggiante ancora una volta ad accezioni pop – di oggetti ancor più “grevi” e distruttivi quali un bazooka o un grande missile.
Assenti ingiustificate Le armi-scultura in materiali riciclati, fatta eccezione per il piccolo soldatino con corpo di bossolo del ’66; peccato poiché una minima comparsata avrebbe completato lecitamente un impianto espositivo su cui altrimenti ci sarebbe ben poco da criticare, soprattutto dal momento in cui dimostra coerenza nel voler dare della “belligeranza” pascaliana un’idea praticamente archetipale, molto più a largo raggio e meno veicolata dai lavori cult prodotti dall’artista. Carenze fisiologiche in una mostra generalmente votata al taglio low profile, ma che comunque non lesina nemmeno risultati espositivi di tutto rispetto. Ad esempio un’intera sala dedicata al progetto I Killers, cortometraggio d’animazione proposto inizialmente come carosello per l’Algida e poi sviluppato successivamente fino alla morte dell’artista; nel pensiero di Pascali poteva trainare perfettamente le voglie di gelato dei consumatori, meno per il committente, che dichiarò troppo violenta una storia di gangster e sparatorie. Secco niet per un’animazione che ancora nel 1967 risultava troppo “avanti” anche per la casa di produzione Cineriz, e ora restituisce tempi e modi di un Pascali contemporaneo più della sua contemporaneità. Diligentemente esposto c’è tutto l’occorrente – un LCD che riproduce l’animazione, un piccolo storyboard e vari bozzetti che terminano con le più corpose e definitive tecniche miste su acetato – per destreggiarsi in questo progetto, da gustare col sorriso per quei nomi ammiccanti e storpiati (i gemelli Kissler, Al Cafone) sovrimpressi tra una scena e l’altra, ma anche con occhi smaliziati che notano come anche una sola di queste sovrimpressioni – presente in mostra come singolo fotogramma su carta fotografica – sembra anticipare e fare il verso ai successivi concettualismi a biro di Boetti.
Per nulla scontato poter disporre in ultima sala di una videoproiezione che focalizza l’artista tra privato e lavoro, attraverso interviste a volti noti entrati in contatto con lui (tra i quali Maurizio Calvesi, Paola Pitagora e Renato Mambor), un bel po’ di minuti (con buona pace degli addetti alla guardiania) che divagano quanto basta per rimanere in pertinenza tematica. Il generale buon lavoro di curatela si vede anche nell’opera conclusiva, una tecnica mista su cartoncino a tema marinaresco realizzata nel ’62 come scenografia de I Killers. Pare piazzata a caso, ma al contrario si auto-motiva tramite un elemento iconografico tanto minimo quanto emblematico per creare un passaggio dovuto dal Pascali pubblicitario all’artista consacrato dai successi espositivi di là da venire, ovverosia quelle fiabesche onde che profilano un mare pari pari a quel Mare scultura-installazione ricreato con legno e tela nel ’66. Appena due anni prima che la sua ipertrofia creativa e seriamente giocosa raggiungesse il capolinea, l’undici settembre 1968.

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