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Taccuino* 15-17 giugno 2000 | La “malattia” dell’architetto | Venezia, 7a mostra internazionale di architettura

di - 13 Luglio 2000

È stato un comprendere a ritroso. Quando il solito nomade si è finalmente rilassato sul sedile del treno in partenza da Venezia, la realtà dei fatti, appena incontrata all’evento Biennale, gli si è svelata in maniera difficilmente confutabile.
Come? Attraverso quella ragazza seduta di fronte, magra dagli occhi neri e vibranti per lo scorrere forte del paesaggio. Raggiante, dedicava ogni suo pensiero a quella persona che di lì a poco avrebbe incontrato. Un sentimento di felicità paga, in lei, che stonava maledettamente con ciò che le stava passando davanti: un ambiente devastato, un antropizzazione maligna, un “non progetto” continuo. Chiudo gli occhi e penso a quell’ecstasy pura per le menti sofferenti: Less aestetics more… E’ uno slogan su tutte le bocche, un padre nostro per identificarsi, insomma, una trovata geniale!
Il “boncompagni” dell’architettura, cioè Fuksas, mago degli ingaggi e dei canovacci ha rivitalizzato, rispettando le sue intenzioni, la figura dell’architetto come nessun Portoghesi o Dal Co, predecessori, avevano mai fatto.

L’alchimia per compiere quest’impresa è studiata in questi termini. Lo spazio della Biennale dell’architettura è diviso in due parti differenti, una con la caratteristica dell’unitarietà e l’altra della frammentazione.
La prima è rappresentata dal percorso dell’Arsenale, che racconta su un lato gli intenti progettuali degli architetti verso la città mentre sull’altro lato sono le megalopoli a raccontarsi su un “muro video” di duecentottanta metri con “trance de vie” molto suggestivi.
La frammentazione invece è, anche per affinità fisica, nei Giardini dove sono gli architetti a mettersi all’asta e i visitatori ad acquistarli.
Si, un vero contenitore di individui che cercano notorietà.
Un esempio fra tutti il corridoio di ingresso al padiglione italiano in cui si è costretti a passare compressi dai video che ritraggono volti di architetti famosi nell’atto di interpretare il loro personaggio. Così vedi una Zaha Hadid, un Jean Nouvel, un Norman Foster e tanti altri, si potrebbe dire, “in cerca di autore”. Ti viene da chiederti se questi personaggi stanno cercando un opportunità o un reclutamento da parte della città oppure sono contenti e soddisfatti dalla loro presenza su quei media così potenti da non chiedere altro. E parlo da architetto sensibile come tutti alle lusinghe della popolarità…

Non siamo forse simili alla ragazza con gli occhi pieni di gioia che spensierata è assorta nel immaginare il suo incontro e alla quale scorre indifferente un panorama desolante? Rispetto a Wright, Fuller, Soleri e Russi non si è detto nulla. Si sono fatte caricature di trasparenze metropolitane, di annullamento del piano orizzontale, di riduzioni degli appoggi. Caricature.
L’io creato dai media sta sostituendo l’io di ognuno, non scherzo.
Non a caso Soleri commenta l’entata in scena di Renzo Piano e Carla Fracci, madrina della manifestazione, con un “siamo polvere di stelle”.
E’ vero caro Paolo forse noi lo siamo i media no però.
Propongo allora un’idea per l’allestimento della prossima Biennale del 2004. Organizziamo un workshop in cui tutti i famosi architetti della scena internazionale si incontrano per collaborare alla piantumazione di orti, oppure alla creazione per colmata di un’isola artificiale al largo dei Giardini nella quale piantare alberi da frutto, o ancora lavorare per il riuso di alcuni interessanti edifici abbandonati.
Non è forse terapeutico il lavoro manuale per uscire dal tunnel della droga dei media?


Francesco Redi

[exibart]

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