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Un museo dell’altro mondo

di - 16 Novembre 2014
La mostra di Ettore Fico, al museo-fondazione a lui dedicato a Torino, inizia con una sezione intitolata Un mondo a parte. Ho avuto il piacere di visitare lo spazio in un pomeriggio di pieno sole, completamente solo, mentre tutto il restante mondo era calato dalle parti del Lingotto per Artissima. Ecco, il museo Fico è un mondo a parte, direi quasi trascendentale. Non ricordo, negli anni, di aver mai visto uno spazio così puro e luminoso (certo, merito del recupero del complesso industriale, ma quanto conta il contesto?) con una mostra, anzi due, talmente differenti da riuscire a dialogare all’unisono come amanti perfetti.
Se avete qualche perplessità circa la figura di Ettore Fico, torinese per eccellenza (un minore, si direbbe) probabilmente dovrete ricredervi. Non solo per l’allestimento rigoroso e allo stesso tempo fluido curato dal direttore della fondazione Andrea Busto, che ha radunato qualcosa come 250 opere mai mostrate al pubblico da oltre 100 collezioni private per lo più piemontesi (la collezione del museo conta quasi esclusivamente incisioni), ma soprattutto per un corpus vastissimo di opere nomadi, aliene, di un altro mondo.

E che raggruppate in questi due grandi corridoi mettono in scena quella che è la vera epifania dell’arte e della pittura. Quale? Il suo essere anarchica, sempre. L’andare oltre l’accademismo, la moda, la ruffianeria. Di essere stravagante, dirompente, non per posa ma per indole. Ettore Fico tocca tutte le correnti del Novecento, guardando all’Impressionismo, a Monet, al Puntinismo di Seraut e, come ricorda Busto nella sezione al piano superiore, intitolata Il Giardino dell’Eden, «L’artista non ha bisogno di scappare a Tahiti come Gauguin o in Provenza come Van Gogh. Gli basta uscire un poco di casa, con la moglie Ines e l’adorato cane Moretto».
Fico è un visionario, come forse lo è stato Giorgio Morandi non spostandosi mai dalle sue case di via Fondazza a Bologna e da quella di Grizzana, come lo era stato Kant con la sua Kӧnisberg. Però Fico va quasi oltre Morandi, rompendo la tavolozza e gli schemi e sembra anticipare i colori di un altro grande torinese: Aldo Mondino.
Riscoperto da Cattelan nella sua “Shit & Die”, Mondino sembra essere stato “riscoperto”, in maniera sana e non piaciona anche da Alis/Filliol, che all’Ettore Fico sta in parallelo con le opere di “Zogo”, mostra curata da Simone Menegoi.

Il duo si inserisce perfettamente nel vortice della pittura di Fico, ma il grasso industriale e la cera utilizzata per le teste dei due Fratelli, sembra così essere un tributo, oltre a Medardo Rosso, anche alle sculture dolci proprio di Mondino, che aveva un debito con Casorati (esponente massimo di quella che l’artista guardava come ad una “stimata accademia” con la quale rompere) così come lo aveva Fico, cresciuto sotto le stesse tensioni e nello stesso disgraziato periodo della Seconda Guerra Mondiale.
Ma torniamo alla mostra: Alis/Filliol operano con le materie di Fico un dialogo perfetto: ne ricalcano l’astrattismo in forme antropomorfe, prendono in prestito la tavolozza del pittore oppure la desaturano, e il risultato è una messa in scena di incontri più che inaspettati.
Tutta l’operazione, in realtà, è inaspettata: ottimo l’effetto che colpisce il visitatore con la quadreria nominata Natura Silente: gomitoli, peperoncini, cocomeri, rape, un’aragosta, melograni, vasi di violette, orchidee, una caffettiera dai tratti disordinati, quasi naïf, si incontrano con l’asetticità di un ambiente che permette al tutto di diventare lirico, rovescio di ciò che avviene con le carte di Ettore Fico dedicate al circo: qui gli spettatori diventano puntini in una costellazione talmente astratta da essere quasi concettuale, eppure potentemente viva.

Il piano superiore del museo, a pochissimi minuti dal centro di Torino, è invece abbacinante: per la purezza della luce che filtra dalle vetrate, simile a un Turrell casuale e post-industriale, che rende lo spazio una cattedrale mistica e pagana e non tradisce però, ancora, la potenza che emanano le tele di Fico, in questo caso diviso per toni di colore, sul tema dell’Eden citato poco sopra, in una serie di autoritratti sotto forma di pianta di melo.
Robe di un altro pianeta, come il coraggio di creare un white cube per un pittore di vita domestica. Merce più unica che rara nello stantio, per non dire immobile “bon ton” del Belpaese.

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