Corleone, città natale dell’artista, rende omaggio a Pippo Rizzo, figura chiave nel processo di svecchiamento della Sicilia degli anni Trenta. Artista e promotore d’arte, Rizzo si fa interprete nell’isola delle contemporanee idee d’avanguardia. Il titolo della mostra mira proprio a sottolineare il ruolo di messaggero di idee e forme che Rizzo porta avanti nel corso degli anni, in un’adesione trasversale ai linguaggi del moderno.
Partendo dai paesaggi corleonesi popolati da figure familiari, la mostra racconta dell’iniziale indagine dell’artista in ambito postimpressionista e poi più decisamente futurista. Gli anni della permanenza romana, dal ‘19 al ‘21, durante i quali stringe profonde relazioni con l’avanguardia futurista, sono i più significativi per la formazione del pittore. Scrive Davide Lacagnina: “l’esempio autorevole del maestro Balla dovette convincere il giovane corleonese della necessità di sperimentare su più livelli […] e su più registri linguistici”. Opere come L’acquaiolo o Il pescatore, dei primi anni Venti, testimoniano la fase di transizione da un più attento uso delle luce e frammentazione del colore, di stampo divisionista, ad una scomposizione formale secondo lo stilema futurista.
Degli stessi anni è il Ritratto della Madre Trentacoste, in cui emerge l’attenzione per una materia pastosa, in contrasto con la precisione grafica e la scomposizione geometrica che caratterizza altre opere coeve. Nonostante l’artista usi diverse soluzioni formali in questa prima fase di sperimentazione, la luce diventa presenza costante e gioca un ruolo determinante. In Donna che fuma (1920) corposi raggi di luce, come pali di un’elica, attraversano i rigidi tratti del volto della donna moderna che, tra le lunghe e sensuali dita della mano, tiene una sigaretta.
La mostra dedica particolare attenzione alla fase novecentesca della produzione di Rizzo portando alla luce opere inedite come Nudo Seduto del 1938 o Adamo ed Eva del 1932, recentemente restaurata; in quest’ultima l’adesione a Novecento nasce da un armonioso intreccio tra forma classica e atmosfere da realismo magico. I corpi nudi di Adamo ed Eva si avviano uniti verso l’azzurro intenso del mare: le forme si stagliano nitide e precise sullo sfondo seguendo un attento ritmo di luce e colori.
Negli anni ‘30 e ‘40 il ritorno a tematiche legate alla terra e alla tradizione coincide con la predominante logica di regime. Rizzo torna a raccontare della sua terra dai colori intensi e dalle gialle distese di grano: “l’attenzione verso il grano e la mietitura – il Corleonese era uno dei granai della Sicilia e d’Italia – all’interno della “battaglia del grano” e degli aiuti all’agricoltura promossi dal Fascismo” –spiega Anna Maria Ruta– acquista centrale importanza nell’opera dell’artista. In Il grano del 1949, tre contadini, tra alte spighe, lavorano immersi in un ostinato silenzio metafisico interrotto da grandi alberi di matrice carrariana.
La mostra chiude il racconto sulla vasta produzione di Rizzo con una serie di Omaggi (anni ’50 e ’60) alla cultura popolare e all’arte contemporanea che Eva di Stefano ben definisce “deliziosa sequenza naïve”.
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corleone anche citta' di quel puppo di provenzano!
una mostra cosi brutta non la vidi dai tempi in cui totò schillaci segnò a italia novanta