Molte delle opere presentate sono denuncie alla violenza della guerra –In the summer grass, video (1997), Abstractions foto (1997-2000) -, a situazioni di abbandono e deterioramento delle città. L’Havana e Cuba, ma anche Valencia, Caracas, Cape-Town.
Accanto alla denuncia di situazioni attuali ci sono però i progetti dell’artista per la costruzione di una città ideale. Trame leggere costruite tra visioni fantasiose e sentimenti di claustrofobia.
Because every city has the right to be called Utopia (2001): è un insieme di ampi disegni fatti con filo di cotone e piccoli chiodi. Costruzioni regolari e simmetriche di ponti e fari, tende futuristiche (a rappresentare Our nomadic spirit) profili di città dove si affacciano elicotteri e mongolfiere si snodano sulle pareti bianche all’ingresso della galleria.
No way out (2002) è la costruzione di una città ideale fatta con carta di riso, filo di ferro e luci. Un insieme estremamente regolare e simmetrico di palazzi, porte e ponti che richiama questa volta immagini del passato, quelle delle città-fortezza medievali.
Ed infine la grande installazione che dà nome alla mostra Now let’s play to disappear (2): una città dove si mischiano costruzioni facilmente riconoscibili (San Pietro, la Tour Eiffel, l’Empire State Building), simboli della cultura occidentale, e costruzioni anonime.
Tutto di cera: una città fatta di candele che bruciano. Una città che si consuma. Anche se la scelta del materiale non è ‘politica’ (“I don’t have any special attraction to candles. Not in the religious sense, nor architecturally”), ma legata alle circostanze (Garaicoa ha già realizzato un’opera simile ad Arnhem per “Sonsbeek 9”, nella chiesa di S.Eusebio), l’effetto che ottiene è ‘politico’. Il consumarsi lento della città richiama lo sgretolarsi dei miti e dei valori ‘antichi’ che hanno formato la cultura occidentale nei secoli scorsi.
La collocazione dell’opera nell’ampio spazio del teatro della Galleria è perfetta: tre telecamere a circuito chiuso puntate sul tavolo (dimensioni di circa 3x3m) mandano a ritmo alternato le immagini live dell’opera sul grande schermo situato sul palco di fronte.
E’ l’esempio di un’appropriazione forte di uno spazio da parte della materialità (cera e fiammelle) per esprimere un’idea, e allo stesso tempo la celebrazione di un’opera-evento che dura il tempo di un incontro.
angela serino
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