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A un giorno dalla scomparsa di Claudio Abate, il ricordo di Roberto Gramiccia

di - 4 Agosto 2017
Il lavoro per Claudio Abate è cominciato presto, a 12 anni, quando suo padre lo portò nel laboratorio di un fotografo, tale Michelangelo Como, che gli fornì i primi rudimenti del mestiere. Il posto si trovava a via Margutta, dove Claudio era nato nella casa studio del padre pittore. Ho visto alcuni  ritratti del padre e ho avuto modo di capire che il talento, un po’ almeno, lo aveva ereditato da lui. Solo che Claudio ai pennelli preferì la Leica, non appena se la poté permettere. Cosa che capitò presto, visto che, a quindici anni, si mise in proprio allestendo uno studio suo in quello che era stato del padre.
Erano i primi anni Sessanta e a Roma si respirava il clima dell’avanguardia, dopo le scosse vitali che avevano percorso la città alla fine della guerra. In arte le vicende dell’Astrattismo degli anni Cinquanta non avevano ancora cessato di agitare le acque; Burri era già esploso, anche se in pochi se ne erano accorti, e si preparava la storia frenetica e dolorosa della Scuola di Piazza del Popolo. Ma nella zona del Tridente a Roma si respiravano ancora i profumi della Scuola Romana. Mafai (nonostante il carattere e le scelte pittoriche figurative) era stimato da tutti, anche dagli astrattisti che con lui avevano frequentato per anni l’osteria del Menghi in via Flaminia.
Claudio, in quel periodo gravido di eventi, mangiava pane e arte. Uscendo da casa era facile per lui incontrare De Chirico (lo ritrarrà in seguito in una memorabile foto davanti all’installazione di Gino De Dominicis alla Biennale del ’72, quella del ragazzo down). O Fellini, sempre curioso e gentile. «Un giorno o l’altro farai il manifesto di un mio film», soleva ripetergli il grande regista, quando Abate era ancora praticamente un ragazzo.
Che fosse bravo, ma bravo veramente, lo avevano capito subito tutti, sebbene fossero tempi in cui la fotografia non riscuoteva ancora i consensi entusiastici di oggi. Grazie a questa diffusa stima, Claudio ebbe la soddisfazione di partecipare alla Biennale giovani di Parigi a soli 25 anni. Verranno poi gli altri riconoscimenti. La Biennale di Venezia di Achille Bonito Oliva del ’93, la grande  personale “Atelier” di Villa Medici del 2001 e l’imponente rassegna del MART del 2007.
Non si contano le collaborazioni, i viaggi, i sodalizi con gli artisti italiani e non. Schifano, Festa (che poco prima di morire gli regalò una piccola tela romantica che non posso scordare), Angeli, Pascali, Kounellis, Mattiacci, Accardi tanto per fare alcuni nomi. E poi Twombly, Beuys (dei cui lavori fece delle foto capolavoro), Gilbert & George (famoso fu il viaggio in Cina che fece con loro). Senza contare il quotidiano sodalizio con gli artisti di via degli Ausoni, quelli della Nuova Scuola Romana, di cui ha frequentato gli studi, documentato i lavori con rara perizia e  conosciuto il piacere di togliere loro soldi nel suo gioco di carte preferito: la scopetta, celebrata come un rito nella trattoria di “Pommidoro” a piazza dei Sanniti.
(tratto da Fragili eroi. Ritratti d’artista di Roberto Gramiccia, DeriveApprodi, 2009)

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