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Architettura non condivisa. A Venezia la creatività “social” racconta l’ampliamento dell’Hotel Santa Chiara: “Copritelo con l’edera”. O no?

di - 2 Marzo 2016
Il Santa Chiara di Venezia è un hotel che esiste da quasi 500 anni. Ed è salito alle cronache cittadine pochi mesi fa, per il suo ampliamento. La struttura sorge proprio accanto al celeberrimo ponte di Calatrava, altro esempio di architettura odiata dai veneziani, e anche stavolta – da più parti – si è levato il grido allo scempio architettonico. Perché? Perché il Santa Chiara ha unito alla sua storica struttura una nuova ala formata da un cubo di cemento bianco e liscio, interrotto solo dalle finestre.
Progettato dagli architetti Antonio Gatto, Dario Lugato e Maurizio Varratta, l’ampliamento si attendeva dal 1957. Ma, c’è da dire, che in quasi sessant’anni il concetto di architettura, urbanistica e impatto ambientale (anche visivo) è cambiato drasticamente, giusto? E allora…”Copritelo con l’edera” hanno titolato alcuni giornali. Un titolo che è stato preso in prestito anche per l’esposizione che per due giorni, dal 4 al 6 marzo, metterà in scena allo spazio Punch un’installazione di Stefano Tornieri, Luca Iuorio e Massimo Triches – ricercatori allo IUAV e ideatori dei progetti “Babau Bureau” e “cardoetdecumanus”, concepita come un’estensione di un’indagine sul caso dell’hotel.
Attraverso una pagina facebook intitolata “Atlante dei possibili Santa Chiara”, si sono ricreati una miriade di esempi di realizzazione del nuovo albergo attraverso i fotomontaggi prodotti dai followers (in home page il progetto di Carmine Errico e sopra l’esempio di Barbara Matteazzi) mentre da venerdì sarà anche esposta una sezione di archivio e documentazione sulla struttura.
L’iniziativa, a cura di Monica Bosaro, vuole riflettere sui modi e sulle conseguenze della comunicazione dell’architettura, specialmente nell’epoca della condivisione e della “pubblica piazza” delle opinioni. E quel che è certo è che, il “caso-Santa Chiara” continuerà a far discutere, per poi forse passare alla memoria dei veneziani come uno dei tanti casi di mancato rispetto per la città. O di un “nuovo” che avanza irrefrenabile e con il quale dover fare i conti?

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