Galeazzo Nardini. Arte Sciopero, installation view, Galleria civica MO.C.A. di Montecatini Terme
«Arriva un momento in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, ti rende così infelice che non puoi più farne parte, non puoi farne parte nemmeno passivamente. E devi mettere il tuo corpo sugli ingranaggi, sulle ruote, sulle leve, su tutto l’apparato, e devi farla fermare. E devi mostrare alle persone che la gestiscono, alle persone che la possiedono che se non sarai libero, alla macchina sarà impedito del tutto di funzionare». Era il 2 dicembre del 1964 e Mario Savio a Berkeley, in California, pronunciava sui gradini di Sproul Plaza un discorso che sarebbe entrato nella storia, lanciando il Free Speech Movement e ponendo le basi di quello che sarebbe poi diventato il ‘68.
Nel 1976, in un piccolo comune della Toscana – Montecatini Terme – l’artista Galeazzo Nardini comprende con lucidità profetica che qualcosa nel mercato dell’arte si è rotto, e decide di mettere il proprio corpo sugli ingranaggi, sulle ruote, sulle leve, su tutto l’apparato: e lo fa fermare. Siamo nel 1978, in un contesto dominato dal minimalismo e dall’arte concettuale, e Galeazzo Nardini comincia a scioperare. Lo farà ininterrottamente, per tutto il corso della sua carriera, fino all’anno di morte, il 2016. Lo spazio espositivo M³ 151 Spazio Alternative viene messo in pausa e la parola “Sciopero” invade con ideologica prepotenza gli oggetti più disparati della vita quotidiana, facendosi essa stessa meta-arte, opera che racconta di sé ma che allo stesso tempo viene sottratta dal mercato, e ragiona solo in funzione del suo significato.
Il nostro tempo è polarizzante. Si muove a velocità diverse rispetto a quelle che muovevano gli anni Settanta e si serve di mezzi più veloci e più efficaci. Proprio la Biennale di quest’anno, che sulle proteste ha costruito prima ancora di avere inizio un’impalcatura di intenti e di posizioni, ci urla quanto l’arte sia oggi, come cinquant’anni fa, un potentissimo mezzo di espressione: politica, economica, di pensiero. Galeazzo Nardini, dall’inizio del suo sciopero, ha dedicato in maniera costante la propria attività a un’idea, con un progetto che – in maniera rivoluzionaria e un poco utopica insieme – ha portato avanti proprio fino alla sua morte. Uno sciopero che non è per l’arte ma dell’arte, come lo stesso Nardini ha sottolineato una volta a Ben Vautier, durante uno scambio fra i due.
Cos’è lo sciopero oggi? Ma anche, cosa ha significato – in un’ottica contemporanea – lo sciopero di Nardini? Dal 22 marzo al 7 giugno 2026, la Galleria civica MO.C.A. di Montecatini Terme prova a narrare una risposta, ospitando la mostra Galeazzo Nardini. Arte Sciopero, una prima grande esposizione dedicata all’artista toscano e incentrata proprio su Arte Sciopero, il suo progetto più audace e identitario. A cura di Cesare Biasini Selvaggi e promossa dal Comune di Montecatini Terme in collaborazione con l’Archivio Galeazzo Nardini e prodotta da Contemplazioni, vede più di 120 opere popolare le quattro sale del MO.C.A. e attraversare gli ultimi quarant’anni della produzione di Nardini, a cinquant’anni dall’inizio dello sciopero e a dieci dalla sua morte. «Proclamando lo sciopero nel 1976 e scrivendo ossessivamente solo la parola SCIOPERO fino al giorno della sua morte, Nardini non è “uscito” dal perimetro del fare arte ma, per dirla con categorie del filosofo contemporaneo Giorgio Agamben, ha “disattivato” il dispositivo della produzione artistica. Il suo è stato l’atto di rendere inoperosa una funzione specifica (l’eseguire oggetti per il mercato) in favore della pura potenza della creazione», ha affermato il curatore.
Per comprendere pienamente ciò che ha spinto l’artista a scioperare bisogna fare un passo indietro e guardare all’ambiente artistico di quegli anni. È stato nel 1973 che Lucy Lippard ha parlato in un suo saggio, per la prima volta, di «de-materializzazione dell’arte»; un’arte, quindi, che si muoveva verso un forte concettualismo e i cui germi avevano portato Joseph Kosuth, già nel 1969, a scrivere in Art after philosophy dell’opera d’arte come di una «proposizione linguistica che trova in sé stessa il criterio del proprio valore». Sempre nel ’73 Achille Bonito Oliva cura la celebre Contemporanea nel parcheggio di Villa Borghese, con la presenza anche di Nardini nella sezione Contemporanea-Area Aperta. Tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta, lo stesso Achille Bonito Oliva designerà i tratti della Transavanguardia. Nardini faceva già parte della corrente di Fluxus e, come racconta la figlia Hélène Nardini, «per lui la vita e l’arte erano due cose che comunicavano moltissimo». Racconta a exibart: «Ricordo bene quando la prima volta ho visto la galleria chiusa per sciopero e gli ho chiesto perché fosse chiusa. E lui mi ha risposto che era un atto artistico necessario. Quando Galeazzo ha iniziato lo sciopero, non sapeva neanche lui quanto sarebbe durato». Non a caso, la performance Manifesto/Manifestino del 1976, segnava un inizio ma non una fine precisa.
Si è trattato di una protesta contro la censura, contro lo sfruttamento degli artisti, contro un sistema in cui – con estrema lungimiranza – Nardini aveva compreso molti dei meccanismi del suo presente e anche di ciò a cui si sarebbe assistito in futuro. Le quattro sale dei MO.C.A. si servono di un allestimento che sembra ripercorrere il modus dell’artista, ne abbracciano i diversi supporti, la materialità, e soprattutto sembrano cogliere nell’ordine della disposizione delle opere un intercedere del ritmo quotidiano, di un tempo che è dilatato e che sembra esposto anch’esso. La ripetitività rituale dell’utilizzo della parola viene spezzata dall’allestimento, la perseveranza dell’atto viene appesa alle pareti.
Il percorso espositivo termina poi con una sezione dedicata a un estratto del film-documentario ARTE SCIOPERO, diretto da Luca Immesi e scritto e prodotto con la figlia dell’artista. Un racconto della vita di Galeazzo Nardini che vuole sottolineare come l’ARTE SCIOPERO abbia pervaso ogni aspetto della sua esistenza. Lunedì 18 maggio, presso il Nuovo Cinema Aquila, verrà proiettato il documentario a Roma, seguito da un talk con Cesare Biasini Selvaggi, Hélène Nardini e Luca Immesi.
Nardini comincia lo sciopero nel 1976, a pochi anni dal ‘68 e in piena metabolizzazione situazionista. In La Société du spectacle, nel ’67, Guy Debord teorizzava che l’arte era stata incorporata dallo spettacolo-merce. Con l’uso della parola “sciopero” si mette in atto un vero e proprio processo di détournement, rifiutando la spettacolarizzazione dall’interno, non abbandonando l’arte, ma finendo per mettere in crisi tutte le caratteristiche che contraddistinguono le merci in un sistema capitalistico. Erano d’altronde proprio Debord e Wolman a scrivere che «l’arte e la creazione in generale dovrebbero servire esclusivamente motivi partigiani».
E Nardini ha militato in una battaglia che oggi, più che mai, sarebbe probabilmente compresa con un respiro assolutamente più ampio. «Mio padre ha avuto una visione di quello che sarebbe accaduto al mondo dell’arte, e ha lanciato un appello», ha dichiarato Hélène Nardini. «C’è una frase alla fine del documentario: “Se tutti gli artisti si mettessero in sciopero e formulassero delle utopiche richieste e solo se queste richieste venissero accolte, riprenderebbero a produrre arte, se l’utopia fosse una pratica quotidiana”. Il senso dello sciopero è proprio questo. Era un appello al mondo dell’arte, agli artisti, e lui per artisti considerava anche gli scienziati. Mettere a servizio le proprie idee solo rispetto al discorso commerciale, ma proprio nell’ambito creativo, della produzione artistica o della scoperta scientifica. Quello di mio padre non è stato assolutamente un fermarsi, e la sua produzione vastissima lo dimostra».
La forza propulsiva di questo sciopero si è mossa all’interno di un sistema e contro quello stesso sistema, e si inserisce in un contesto – quello di oggi – che vede il mondo dell’arte dominato da dinamiche molto diverse da quelle che hanno spinto Galeazzo Nardini alla sua rivoluzione, ma sicuramente non meno addentro a logiche di mercato. Raccontando dell’azione di suo padre, Hélène Nardini ha parlato di “mantra”, «proprio perché è come se lui avesse coscienza che il suo operato, anche se non conosciuto nel momento, avesse un’influenza nel mondo». E la mostra di Montecatini ha il merito di puntare il riflettore su un artista che ha puntato un riflettore, di rallentare il tempo – un tempo passato, ma che guardandosi attorno è anche presente – e masticare una stessa parola, “sciopero”, che diventa nelle sue otto lettere un caleidoscopio di significati.
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