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Arte, psichiatria e mescalina in mostra, nella casa di cura più antica e controversa al mondo

di - 25 Luglio 2019
Il Bethlem Royal Hospital è un ospedale psichiatrico situato a Beckenham, sud-est di Londra, la cui sede storica corrisponde a quella che è riconosciuta come la più antica casa di cura del mondo, fondata nel XIII secolo per volontà del convento di Saint Mary of Bethlehem.
Per diversi secoli è stato l’unico luogo in Europa in cui venivano rinchiusi individui con disturbi mentali: la sua storia contiene non pochi capitoli oscuri, al punto che dalla storpiatura del suo nome è stato coniato in lingua inglese il termine “bedlam”, per indicare “caos”, “confusione”.
Nonostante il suo passato sia senz’altro torbido, il Bethlem ha fatto la controversa scelta di conservarlo, raccontarlo ed eventualmente celebrarlo, attraverso l’istituzione del Bethlem Museum of the Mind, una galleria interna all’ospedale destinata all’esposizione di mostre in cui si illustri il piano di intersezione tra arte e malattia mentale.
L’ultima di queste mostre, visitabile fino al 31 agosto, è “Brilliant Visions: Mescaline, Art and Psychiatry”. Si tratta di una mostra dedicata alla storia del rapporto medico tra psicosi e psichedelia, allestita in occasione del centesimo anniversario della sintesi della mescalina, avvenuta nel 1919 per opera di Ernst Späth.
Non sorprende che il Bethlem Royal Hospital sia stato sede di esperimenti a tale riguardo, di cui si ricordano in particolare quelli compiuti dai dottori Eric Guttman e Walter Maclay. Nel corso degli anni ’30 essi provarono a somministrare mescalina a pazienti ritenuti «psicotici», termine utilizzato verosimilmente per riferirsi a quelli che oggi sarebbero gli schizofrenici, chiedendo loro di fare arte per «esprimere se stessi». I dottori si accorsero presto, però, che solo una piccola parte dei pazienti era in grado di tradurre le loro allucinazioni in forma pittorica e così decisero di coinvolgere artisti professionisti dalla corrente Surrealista, come Julian Trevelyan, Basil Beaumont ed Herbrand Williams, nella speranza che la mescalina producesse in loro una «psicosi artificiale». Le reazioni furono diverse, da serene immersioni nell’inconscio e nell’irrazionale a oscuri bad trip, così come lo furono le conseguenti rappresentazioni, dall’estatico al terrificante, che vennero interpretate dagli psichiatri come illustrazioni di stati mentali e strumenti di analisi e classificazione.
La maggior parte dei quadri esposti sono a firma di questi artisti, per quanto, come riporta Hyperallergic, non manchino lavori prodotti dai pazienti, riportando alla mente il dibattito di Jean Dubuffet sull’art brut, riguardo alla dignità delle produzioni artistiche spontaneamente create da coloro che non solo non sono professionisti dell’arte ma, spesso, sono outsiders della società, come i prigionieri o i malati mentali: la stessa esposizione del Bethlem Museum dimostra come ancora oggi queste persone siano difficilmente ritenute legittimate a detenere uno status anche lontanamente comparabile a quello di artista.
La mostra è curata dallo scrittore e curatore Mike Jay, autore di Mescaline: a global history of the first psychedelic, oltre che di diversi altri testi sulla storia della psichiatria, che si è particolarmente interessato al lavoro di Guttman e Maclay, portando alla luce dati interessanti sul funzionamento dell’occhio e del cervello e, soprattutto, sondando quell’area che interessa parimenti psicologi e artisti, per capire «quanto di un dato lavoro è dettato dalla forma e dalla circostanza e quanto in esso traspaiano il talento e la prospettiva individuali». (Guglielmo Hardouin)

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