Incursione nell’arte contemporanea di consolidata storicizzazione, con due grandi protagonisti della gloriosa stagione dell’arte povera italiana. A Faenza va in scena un confronto a cinquant’anni dalle prime dogmatizzazioni, fra artefice pratico –
Gilberto Zorio – e coordinatore teorico,
Germano Celant.
Lecito quindi chiedersi cosa ne rimane della volontà sperimentatrice delle origini, tirando le somme di quello che è stato il reale contributo linguistico della corrente.
Quello che torna a rivivere delle
Torri stella che Zorio progetta dal 1976 e con cui si è riproposto al pubblico nelle ultime occasioni che l’hanno visto protagonista è in definitiva l’esperienza diretta che fonda l’emozionalità sulla concretezza fisica della fruizione.
Ma quando il gioco estetico si basa sulla corporeità interattiva dello spettatore è lecito limitarne l’effetto? Certo che “all’epoca” le sue luci stroboscopiche non erano tacciate come ipoteticamente “
dannose per soggetti predisposti all’epilessia”, le costruzioni in eternit non rinchiuse in compartimenti stagni, gli archi voltaici e le torce non assolutamente inattivabili negli spazi espositivi.
La valutazione di Zorio sull’odierno? Un po’ di amarezza si coglie dalle innocenti proteste, “
I luoghi di esposizione sono diventati computer circondati di cartapesta”, effimeri contenitori di raffinate apparecchiature per la sicurezza. E come fare a “divertirsi” e ancora sconvolgersi con tutta queste limitazioni censorie…
Celant conclude perentorio, “
le istituzioni non riescono più a reggere tanto i pesi fisici, quanto quelli culturali. Il museo è fermo agli anni ’60: il rischio linguistico e culturale non è stato ancora accettato”
Dalla serie, si stava meglio quando si stava peggio… (
angela pippo)
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se cinquant'anni vi sembran pochi.....fate voi.
Questi due sono da sacofago.
Hai raggione palloso forte il festival quest'anno, un totale insuccesso...