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Farhan Siki a Milano, non in galleria ma alla sede della Banca Generali. Ecco il nuovo progetto, un po’ site specific, del celebre street artist

di - 8 Marzo 2016
Metti uno street artist indonesiano e l’istituzione più legata al denaro che esista al mondo, una banca. Un ossimoro? Una reciproca provocazione? Una collaborazione d’intenti? Un’ammissione dell’inevitabile coinvolgimento nel mercato dell’arte?
Questo e molto altro è presente nella nuova mostra dedicata a Farhan Siki (Java, 1971), curata da Rifky Effendy, nella sede di Banca Generali Private Banking in piazza di Sant’Alessandro a Milano.
Fino al 30 settembre 2016 saranno esposti 27 dei suoi lavori, alcuni creati appositamente per la sede. Infatti, l’edificio milanese di natura rinascimentale, entra in comunicazione con le sue tele (pittura spray e acrilico sono due delle due tecniche usate da Farhan, dopo lo stencil su muro), facendo riferimento all’epoca del passato e a quella odierna, le quali secondo l’artista seguono lo stesso percorso controverso, poiché in entrambe sussiste un profondo mecenatismo artistico e un senso di perdita di umanizzazione nonostante l’elevato antropocentrismo.
Ecco perché tutte le sue opere sono interpretabili in una doppia lettura, basata sulla ripetizione e sulla contestualizzazione dei tempi odierni, resi riconoscibili dai suoi celebri loghi di brand diffusi in tutto il mondo globalizzato, sferzando un duro colpo alla logica capitalistica. Si veda At the beginning #7 (2015), parte di una serie che si rifà alla Creazione michelangiolesca, in cui Adamo non riesce più ad entrare in contatto con Dio, il quale è sepolto e sostituito da una massa sferica e annebbiante di marche di prodotti conosciuti a livello mondiale. Un’amara riflessione che ha delle solide verità. Molti sono anche i riferimenti alla città di Milano, come la raffigurazione di una chiesa gotica assomigliante al Duomo in Now #1 (2015), dove leggiamo un passo latino di Ovidio: “Che siano gli altri ad elogiare i tempi antichi. Io sono grato di essere nato in questo”, affiancato a uno stilizzato turista brandente un selfie-stick, oppure la raffigurazione con tecnica chiaroscurale di matrice leonardesca in Arise #1, Arise #2 e Arise #3 – in una sorta di trittico – dei bombardamenti del ‘43 che colpirono Santa Maria della Grazie, di cui si salvò solo una parete perimetrale.
Sono interessanti anche i primi piani dal sapore Pop di grandi celebrità iconiche, come lo stesso Andy Warhol o Frida Kahlo, il primo raffigurato su base nera, con colori tetri e colanti; la seconda contornata da quella che è la nostra realtà: brand ovunque, senza traccia di respiro. Il percorso all’interno degli uffici trova nel corridoio un’opera appartenente a una delle sue serie più famose: Mur(war)kami (2015), in cui il filo conduttore è la collaborazione arte-moda, che ha visto il suo apice nella partnership tra Murakami e Louis Vuitton; Farhan dipinge intorno ai celebri e colorati segni dell’azienda francese, degli altrettanto colorati segni di guerra: caccia, elicotteri, carri armati e paracadutisti militari, così quasi a smorzare in segno ironico e crudo, la diffusione di questo male irreversibile chiamato guerra.
Ma è davvero così? O si sta facendo il solito gioco di pochi a discapito della maggioranza? A volte siamo così presi dal lavoro e dalla frenesia del quotidiano, che nemmeno ci facciamo caso di fare parte di questo gioco perverso, diveniamo Homo machinus (2015). Una visione troppo negativa? “Ai posteri l’ardua sentenza”. (Micol Balaban)

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