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Festival di Venezia/9. Pioggia sul finale. Ma in laguna ritorna il classico di Visconti

di - 7 Settembre 2018
Malinconico, finale e piovoso. Il festival è finito, rimangono solo i premi da assegnare. E chiude con la proiezione viscontiana più veneziana che c’è, Morte a Venezia, per i classici restaurati. Per i lettori più giovani che forse l’hanno perso, per favore guardatelo. Ma guardatelo dopo avere letto Thomas Mann, per capire come un regista a volte può superare la scrittura, è successo poche volte e questa è una di quelle. E quando venite a Venezia non sperate di ritrovare nulla di simile. Non è un male, è la realtà.
Preparatevi invece allo strano spettacolo di contemplare Santa Maria delle Grazie, uno dei più grandi capolavori del Rinascimento, dalle finestre di una nota catena di fast food. La questione, più che altro, è che laddove solo dieci anni fa si scrivevano saggi sulla miracolosa convivenza veneziana fra il quotidiano e il soprannaturale, oggi si è aggiunto lo strato di ketchup e così sia. Vedrete folle contemplanti cascate di cioccolato invece di Tintoretto e Tiziano. Per carità, nessuno tocchi il turista, in fondo lo siamo tutti. Se non si fosse capito, lettura consigliata per capire la Venezia contemporanea, Ginevra Lamberti, La questione più che altro.
Questo ritorno viscontiano è reso possibile grazie al fatto che il più grande gruppo immobiliare italiano, quello che ha costruito tutta la nuova Milano di Expo dopo Porta Nuova, il gruppo di Manfredi Catella, abbia acquisito e stia restaurando l’edificio del Grand Hotel Des Bains, il cui unico frammento sopravvissuto è proprio la sala degli specchi, sala dove, nel film, il piccolo Tadzio suona le prime battute di Per Elisa, irrompendo nelle teorie del musicista che lo guarda e lo ascolta, riducendolo alla contemplazione e al silenzio, forse per la prima e l’ultima volta nella vita. Grazie alla potenza di quella sequenza, tutto l’albergo è stato demolito per un affare andato malissimo, trasformare l’albergo in un residence di lusso, tipo Hilton Stucky, e solo quella sala è rimasta. Lì, in questi giorni, è ospitata una retrospettiva di manifesti e oggetti cinematografici “di devozione”, che raccontano la storia del cinema al tempo di Netflix. Dopo la catastrofe, nel pro-filmico – lo spazio reale prima del set – come nel filmico, insomma, è un momento di grandi speranze.
Speranze a quanto pare affidate alle donne e a internet, ma come hanno dimostrato le vicende in sala, di spazio da percorrere ne rimane ancora molto. In fondo abbiamo visto donne ancora secondo le regole e le leggi del desiderio maschile, mentre non è ancora dato alle donne di esprimere limpidamente al cinema il proprio, di desiderio. Abbiamo visto solo e sempre la rabbia espressa dalle donne sullo schermo, con poche eccezioni. Quando nella storia le donne hanno dato voce al desiderio, hanno salvato continenti e costruito mondi. Speriamo proprio che il futuro sia questo.
Oggi ultime tre presentazioni, grandi aspettative per Shinya Tzukamoto in concorso con Zan (The Killing), fuori concorso Sergj Loznitsa con The Process, Una storia senza nome di Roberto Andò.
Film di chiusura fuori concorso, Driven, Nick Hamm.
Campo libero per le scommesse finali.

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