Exhibition view of “Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Photo: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada. Arthur Jafa, Viriconium, 2026
Per Nancy Spector, curatrice della mostra Helter Skelter in corso presso Fondazione Prada a Venezia, citare Marcel Duchamp e i suoi celeberrimi ready-made per discutere dell’eredità dell’arte concettuale risulta quasi un cliché. Ma è un cliché, questo, che si fa pressoché necessario quando ci approcciamo al lavoro di Arthur Jafa e Richard Prince: due giganti dell’arte americana che hanno fatto dell’appropriazione la propria nota distintiva.
Nati ad appena un decennio di distanza, Jafa e Prince sviluppano poetiche artistiche estremamente complementari, seppur focalizzandosi su tematiche a loro modo differenti. Per entrambi, le immagini della cultura popolare, provenienti da giornali, video musicali, copertine di dischi, pubblicità e molto altro diventano il fertile terreno da razziare per creare lavori che estrapolano la realtà dai nostri costrutti sociali.
Eppure, nonostante i punti di contatto biografici e artistici, è a Fondazione Prada che le loro opere si incontrano per la prima volta; e ciò che ne emerge è un ritratto crudo e nitido della cultura vernacolare americana, che mette in risalto tutti i paradossi e le contraddizioni di un paese per sempre segnato dal suo passato schiavista.
Prince, in particolare, ci mette di fronte alla cultura della campagna americana e ad un tipo di spiritualità che si basa tanto sulla chiesa quanto su motori, pneumatici, ragazze nude, fama e supereroi. Nella serie Untitled (Girlfriend), ad esempio, l’artista si appropria di immagini di donne in pose provocanti, sedute o appoggiate a motociclette rombanti: sono le fidanzate dei biker che fanno del loro corpo un oggetto di desiderio messo sullo stesso piano dei veicoli a motore.
Immagini di criminali, celebrità, aspiranti attrici, Mickey Mouse e cowboy si susseguono così nelle sale per costruire un immaginario le cui contraddizioni si rispecchiano anche nel titolo scelto per la mostra: Helter Skelter è infatti una celebre canzone pop di Paul McCartney, ma anche il nome dell’apocalisse prevista da Charles Manson e dai suoi folli seguaci come un violentissimo scontro razziale.
Proprio sulle disparità tra bianchi e neri in America si concentra invece la ricerca di Arthur Jafa. I suoi lavori sono esplicitamente brutali o sottilmente agghiaccianti e non possono lasciare lo spettatore imparziale: dal bronzo rappresentante la schiena martoriata di uno schiavo alle fotografie d’archivio dei linciaggi degli anni Sessanta, i lavori esposti sono perturbanti testimonianze delle brutalità che le persone di colore, negli Stati Uniti, hanno dovuto affrontare nel corso dei decenni e con cui, tutt’ora, si ritrovano a convivere.
Tra i lavori presentati in mostra vi è anche il capolavoro di Jafa del 2016 Love is the message, the message is Death: sulle note di una canzone di Kanye West, l’artista riunisce materiale tratto dalla cultura pop di epoche diverse per testimoniare l’orrore e la bellezza di essere neri negli USA. Realizzato nell’arco di decenni (ma assemblato come primo montaggio in un paio d’ore), il film ha debuttato alla vigilia del primo mandato di Donald Trump come un grido di rabbia e assume oggi sfumature ancora più inquietanti.
L’incontro tra Prince e Jafa a Venezia delinea così un percorso che va oltre la semplice citazione colta. Se il primo isola i feticci di un’America provinciale e desiderante, il secondo ne ricompone la memoria più traumatica, trasformando l’appropriazione in uno strumento di indagine storica. Helter Skelter si configura così come un atlante visivo delle tensioni statunitensi: un dialogo serrato dove l’immagine rubata smette di essere un cliché per diventare la prova tangibile di un’identità collettiva complessa e ancora profondamente divisa.
Dal mosaico di cartoline della Spagna alle vibrazioni sonore della Polonia, passando per le performance estreme dell'Austria, un viaggio tra…
La nuova mostra di Galleria Borghese propone un dispositivo critico capace di interrogare i concetti di autorialità, memoria collezionistica e…
Sciopero e proteste attraversano la Biennale Arte 2026 di Venezia: chiusi temporaneamente il bookshop e diversi padiglioni ai Giardini, mentre…
Alla Fondazione Morra Greco, Soraya Checola e Luigi Manzi registrano le risonanze del tufo napoletano per tradurne le frequenze in…
Una mostra fotografica e un festival reggae trasformano il palatenda di Pofi in uno spazio condiviso, dove arte, musica e…
A Palazzo delle Esposizioni di Lucca, Awa Seni Camara, Esther Mahlangu, Michelle Okpare e Laetitia Ky trasformano la materia in…