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Graffiti roba vecchia? Eppure la Street Art non va in pensione. E a New York si stila la lista dei venti migliori luoghi dove vederla

di - 9 Febbraio 2013
Oggi e domani, al MAMbo di Bologna, come vi avevamo annunciato un paio di giorni fa, si tengono una serie di incontri sul tema dei graffiti e dell’urban art, a partire dal progetto “Frontier”, che l’anno scorso ha portato nella città emiliana un gruppo di artisti che sono stati chiamati ad arricchire il territorio, e l’architettura, con disegni, tag e colori, sulla scia di quell’ “Arte di Frontiera” che nel 1984, grazie a Francesca Alinovi, era arrivata in Italia da New York. Un fenomeno che pare, o forse pareva, particolarmente sopito, soprattutto nella Grande Mela e nelle grandi metropoli del mondo, mentre in Italia si era celebrata all’acqua di rose, e con nomi legati alla provincia milanese, qualche tempo fa, al PAC, con la mostra “Street Art, Sweet Art”, contraddizione in termini dell’originale movimento che sconvolse le città statunitensi nei primi anni Settanta. Ma ora è New York, in queste ore sotto la tempesta perfetta, a rimettere in luce i suoi angoli graffitati, stilando una lista (quasi una mappa turistica, pubblicata da Artinfo) di 20 luoghi dove “pellegrinare” per vedere le forme migliori dell’arte della bomboletta. E non si può che cominciare dal Queens, con il 5Pointz di Jackson Ave, all’angolo con Davis Street a due passi dal PS1, l’avamposto curato dal 2002 da Meres One, che ha richiamato negli anni artisti da tutto il mondo. Il caseggiato però pare abbia i giorni contati: al suo posto, dopo la demolizione, verranno costruite abitazioni di lusso. Ma sei il “Five Pointz” del Queens se ne andrà, a Brooklyn, anzi, più precisamente a Bushwick, è nato tra St. Nicholas Ave e Trotman Street un altro “Five Points”, nuova sede per l’Urban Art, fondata da Joseph Ficalora, che ha invitato artisti come Jim Avignon, ND’A, Nick Walker, OverUnder, Joe Iurato a creare nuovi e grandissimi murales, in un quartiere che continua a espandere la sua arte.
A Manhattan invece bisogna spostarsi nella Harlem ispanica, dove la Graffiti Hall of Fame, curata da Ray Rodriguez, meglio conosciuto con lo pseudonimo di “Sting Ray”, ogni anno nel mese di giugno, ospita artisti provenienti da tutto il mondo che vengono a mostrare le loro produzioni nella speranza di poter ottenere un pezzo di “parete” nell’istituzione. Un altro luogo che da tre anni ospita un piccolo festival estivo dove l’associazione Hoc Art cura il progetto di “Wellington Murales Court” un dipinto realizzato da artisti locali e internazionali, è ancora nel Queens, ma nella zona nord di Astoria, tranquillo quartiere residenziale, proprio all’incrocio tra Wellington Court e Vernon Boulevard, su un grande muro brownstone.
Tornando a SoHo, un altro esempio è “The Candy Factory,” uno spazio aperto e amato da artisti di strada come Banksy, Shepard Fairey e JR. Situato tra Grand e Wooster Street, anche qui si prospetta lo smantellamento a breve del muro della vecchia fabbrica. Peccato, certo, ma quello che resta, a trent’anni dalla frontiera, è che anche nella ripulita New York un muro può bastare per far rivivere quella che l’Alinovi aveva definito come la lingua ibridata dell’arte. Di cui ormai si apprezza borghesemente, soprattutto al di là dell’oceano, una nostalgia quasi vintage.

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