Categorie: Mostre

Chi dice la verità? Ndayé Kouagou mette sotto processo il linguaggio alla Collezione Maramotti

di - 17 Maggio 2026

Strana e audace, intensa e ironica, recitata in una forma capace di mettere in crisi l’habitué. La mostra Heaven’s Truth di Ndayé Kouagou (1992) presso la Collezione Maramotti di Reggio Emilia, visitabile fino al 26 luglio 2026, merita una fruizione attenta per quel piglio ardito e tutto suo, capace di costruire un intreccio narrativo in forma apparentemente lineare. Intelligente e chiarissimo nella messa a punto di un linguaggio artistico che attinge ora a elementi performativi, ora a codici mediatici che evocano il servizio televisivo e lo spot pubblicitario. Eppure la via documentaria, e quindi quella dell’evento informativo, è presto disinnescata.

Ndayé Kouagou, Heaven’s truth, 2026. Exhibition view © Ndayé Kouagou Ph. Dario Lasagni

Il gioco dello slogan e il grande formato di parole ed espressioni, che fanno della scritta un elemento costitutivo e poetico, risultano al tempo stesso chiarificatori e punto nevralgico di un’opera che, più che affermare, interroga. L’inaugurale performance Please don’t be, realizzata assieme a Salber Lee Williams, ha reso partecipe il pubblico di un dialogo a due che apriva le porte a riflessioni espresse ad alta voce. Un gioco di parole che univa elementi linguistici già sensati se presi singolarmente. Lemmi e locuzioni che gli artisti rivolgevano a se stessi e al pubblico e che prendevano via via diverse forme. Differenti significati indotti da risposte e graduali prese di coscienza, passando da una frase che citava «don’t try to be extraordinary yourself» a una finale che diceva «please be yourself».

Ndayé Kouagou, Change is key, 2022, plexiglass, tessuto, resina © Ndayé Kouagou. Courtesy Collezione Maramotti

Riunendo opere recenti e un progetto realizzato per l’occasione Heaven’s truth di Ndayé Kouagou ripercorre le linee guida del fotoromanzo. Accosta un video in tre parti, elementi tridimensionali e opere a parete. Racconta della vita e della morte vagliando le tipologie dei viventi canini e umani, mascherati e psicologizzati, archetipi del mondo occidentale uniti in un’unica storia. L’intreccio è dato, il passaggio da una sala all’altra è lucido e patinato. Squillante e pulito, quasi ancestrale, come sincopato da cartellonistiche e annunci che non sentono l’usura del tempo. Tuttavia, di risposte ve ne sono poche. La domanda è ciò che conta. La crisi ampiamente esplicitata nell’installazione video Here&Elswhere (2024) – in cui a mezzo di un fittizio servizio giornalistico l’artista con voce femminile enuncia un messaggio rivolto a tutti – entra nel cuore della contemporaneità. Non è difficoltà, ma consapevolezza piena. La parola che recupera la sua radice, il tocco formale di un’opera olistica.

Ndayé Kouagou, A coin is a coin, 2022. Video a un canale. Courtesy Collezione Maramotti

Critica in quanto interrogativa, critica poiché rimarca la necessità di una scelta (krisis) e di una separazione (krino). Kouagou solca e ferisce le convinzioni tra le più assodate, entra nel vivo di una quantomai possibile coscienza e nel costume della vita attiva e la solca. Amplifica le ipotesi di uno sguardo (e basti pensare a quante volte appare la parola «look») e chiama in causa il potere e il senso della libertà (A coin is a coin, 2022). Ciononostante, avvisa e ammonisce: «Don’t look at me expecting an answer», «non guardatemi aspettandovi una risposta», afferma ad un certo punto. La maniera del ragionamento e della riflessione tanto evidente nella performance Please don’t be, si traduce nelle sale dell’esposizione come ad indicare i passaggi possibili e mai definitivi di una plausibile esperienza. Il movimento fisico delle opere, da una parte, e il movimento fisico dell’artista e del pubblico a cui si rivolge.

Ritratto di Ndayé Kouagou © Djiby Kebe Courtesy of Ndayé Kouagou

Talvolta compreso, mai forzatamente coinvolto. Change is key (2022), continua, «Changing is a constant movement» (il cambiamento è un costante movimento), fatto di ambizioni e ripensamenti, di direzioni sbagliate e di bagliori di mete che sembrano impossibili se non condotti dalla bussola della scelta. Ebbene, tutto ciò diventa forma. Il dato limpido di un’opera a dir poco chiara per l’assunto della criticità che chiama in causa.

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