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Il meglio e il peggio in quindici anni di commissioni alla Turbine Hall, secondo il Guardian. Lode a Louise Bourgeois, pollice verso per Abraham Cruzvillegas

di - 18 Ottobre 2015
Appena finita la settimana di Frieze, si fanno i conti in tasca ai musei. Ecco la Gran Bretagna che pensa alla cultura, dal suo maggior quotidiano, The Guardian, tramite la penna di Mister Jonathan Jones.
L’argomento di discussione? Il meglio e il peggio che, negli ultimi quindici anni, hanno offerto le commissioni per la Turbine Hall della Tate, facendo diventare il museo un unicum nel panorama mondiale.
Apriamo subito con il meglio: Louise Bourgeois, secondo il giornalista, con il suo progetto I Do, I Undo, I Redo del 2000, che riempì lo spazio con le sue immagini oniriche, tradotte in una scala colossale, anzi, in tante scale colossali a chiocciola, sormontate da specchi contemplativi a mò di antenne paraboliche e un grande ragno gigante. Niente Koons, niente Serra, in apparenza più facili, ma un nome che contraddistinse anche il futuro dell’istituzione, come porto franco di ricerca e poesia.
Il peggio? L’oggi di Abraham Cruzvillegas, con Empty Lot (foto sopra) la sua installazione a reticolo zeppa di fioriere triangolari con terreno preso da vari parchi di Londra, nelle quali non si sa che nascerà, che viene descrittà così da Jones “è un’idea che suscita una scrollata di spalle o, nella migliore delle ipotesi, un “uhmm”. La Turbine Hall è uno degli spazi museali più drammatici del mondo, e in questo siamo di fronte a un non-evento. La gente guarda l’installazione sconcertata. I genitori cercano di spiegare ai loro figli di che si tratta senza riuscirci. Non c’è potere estetico e ben poco a cui pensare”. Nientemeno.
Già, perché di fronte a Marsia di Kapoor, il The Weather Project di Eliasson (nella foto di home page), l’immenso scivolo di Test Site di Carsten Holler e la grande frattura Shibboleth di Doris Salcedo, sembra che Cruzvillegas abbia realizzato un esercizio di stile. Meno spettacolare, meno vicino all’idea di museo come luna park, ma affonda Jones: “L’arte della Turbine Hall deve infiammare l’anima. Forse è arrivato il momento di Serra o Koons”. E così sia.
E per i grandi musei italiani? Non sarebbe ora di iniziare a dare i voti sul lungo periodo?

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