Dopo tre anni di relativa tranquillità, si addensano le nubi della censura cinese sul distretto di Dashanzi, la vecchia fabbrica d’armi di Pechino – conosciuta anche come Factory 798 – trasformata in uno dei poli d’arte contemporanea più alla moda del mondo. Stando a quanto riferisce il quotidiano inglese The Guardian, all’inizio del mese la polizia ed i funzionari della propaganda hanno sferrato il loro attacco, ed almeno tre gallerie sono state costrette a rimuovere alcuni lavori politically sensitive. Colpito dalla scure un dipinto di Gao Qiang, improvvidamente raffigurante un Mao alle prese con la sua anima, così come un lavoro di Wu Wenjian dedicato al massacro di Tienanmen, con carri armati e soldati che sparano sugli studenti illustrati con figurine adesive. Stessa sorte per l’opera centrale di una personale di Huang Rui, uno slogan della rivoluzione culturale composto con banconote che raffigurano il ritratto del Mao. “Sono sorpreso” – ha dichiarato il gallerista Chen Xindong – “perché, dopo 25 anni di riforme economiche, pensavo che la Cina fosse pronta ad accettare creazioni come queste. Ormai abbiamo grandi artisti contemporanei, il cui lavoro è apprezzato dappertutto. Perchè non in Cina?”
[exibart]
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