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Il postcolonialismo che attraversa Napoli. Jota Castro, dalla Galleria di Marino a Sant’Elmo

di - 4 Dicembre 2018
Più che una mostra, un percorso che si articola lungo tutta Napoli, volgendo l’attenzione e lo sguardo sulle sempre attuali tematiche sociali alle quali Jota Castro ha dedicato la sua ricerca. L’esposizione si estende oltre la galleria di Umberto di Marino, in una serie di interventi site-specific, disegnando un attraversamento monografico diffuso, nell’intento di rendere manifesto quello stretto legame, spesso celato, tra il territorio e la società contemporanea. Conflittualità, disorientamento e politica si mescolano nelle opere dell’artista nato a Lima nel 1965, portando alla luce il bisogno di rileggere (ancora una volta) gli eventi e gli accadimenti della storia recente europea, nell’ottica di rielaborare i grandi temi del presente.
L’evento ha aperto presso la sede della galleria in via Alabardieri, con un lavoro del 2018 dal titolo Chi non si indigna della situazione in cui ci troviamo è un pezzo di merda, citando il filosofo Massimo Cacciari che, durante un intervento televisivo, denunciava la necessità della vergogna, di fronte al drammatico operato delle nazioni europee nella gestione dell’emergenza migranti. Un rimando alle sempre rinnovate dinamiche colonialiste attraverso le quali l’Europa brucia l’idea e il sogno di un’unità politica.
La disgregazione culturale al centro degli attuali scenari politici diventa il filo conduttore che unisce i differenti focus disseminati in quest’esposizione. La semplicità dei medium utilizzati nel combinare simboli identitari invita il visitatore a riflettere su quanto ciò che sembri apparentemente banale non sia più ovvio.
Nell’Ipogeo del Complesso Museale Purgatorio ad Arco, le 12 stelle – simbolo dell’Europa Unita – diventano 12 farfalle schiacciate ognuna da un masso, in Refricare cicatricem. Simbolismo che ritorna denso di carica emotiva nell’installazione presso lo spazio del Riot Studio, in via San Biagio dei Librai, con l’intervento Would I lie to you?, dove due occhi terrorizzati sbucano dalle assi di legno sul pavimento evocando immagini stampate nella coscienza collettiva. L’idea di colonialismo contemporaneo continua a emergere anche nella Chiesa di S. Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo, in Is it getting better?, nella quale Castro tenta di ricucire con la tecnica giapponese del kintsugi una crepa nel muro. Qui, l’oro, materiale simbolo della storia del colonialismo, perde il suo potenziale lirico di elemento valorizzante diventando qualcosa di inefficiente, inutile. Il tema del ricucire si ripresenta anche a Castel Sant’Elmo, sulla collina del Vomero, con Jugaad, dove un’ormai lacerata bandiera europea si è trasformata in un tappeto di spille da balia usate per tenere insieme i lembi degli strappi.
Il progetto espositivo elaborato da Castro in collaborazione con la Galleria Di Marino restituisce alla città un’attenta e coerente analisi socio-politica presentata al pubblico attraverso 5 luoghi e oltre 15 opere che indagano la crisi culturale partendo, innanzitutto, dall’evoluzione dell’idea stessa d’Europa – prima ancora che delle sue istituzioni – invitando il visitatore a un processo di rilettura critica del proprio pensiero ante-interpretativo. (Tiziano Manna)
In home: Chi non si indigna della situazione in cui ci troviamo è un pezzo di merda, 2018. Photo Renato Ghiazza
In alto: Ipogeo di Purgatorio ad Arco, Napoli. Refricare cicatricem, 2018. Photo Danilo Donzelli

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