Fight or Flight, Dylan Silva. Galleria Ceravento. Installation view
C’è una parola che attraversa sotterraneamente la mostra Fight or Flight di Dylan Silva, e che il testo critico di Roberto D’Onorio mette a fuoco con lucidità: perdita. Non solo come condizione esistenziale diffusa, ma come vero e proprio dispositivo percettivo del contemporaneo. Perdita di tempo, di relazioni, di linguaggio – fino a quella forma più radicale che la psicologia definisce alessitimia, ovvero l’incapacità di dare nome alle emozioni. È qui che la mostra colpisce nel segno, intercettando una fragilità condivisa e traducendola in esperienza visiva.
D’Onorio individua con precisione il cortocircuito: ciò che sopravvive al linguaggio è un corpo “educato” a reagire per automatismi, secondo l’antico schema del fight or flight. Ma oggi non c’è più né un nemico definito né un incendio da cui fuggire. Rimane piuttosto uno stato sospeso, una tensione senza oggetto che finisce per strutturare la nostra identità.
È proprio dentro questa zona di indeterminatezza che si colloca la ricerca pittorica di Dylan Silva. Le opere in mostra non spiegano: abitano uno spazio liminale, dove figura e coscienza sembrano scollarsi, come accade al Raskolnikov dostoevskiano. Le figure sono insieme vittime e carnefici, presenze ambigue incapaci di sottrarsi alla propria condizione.
Se, come scrive Leon Battista Alberti, il quadro è una “finestra aperta” sul mondo, qui la direzione dello sguardo si inverte: la tela diventa un affaccio sull’interiorità. È una pittura che non rappresenta, ma accade. Dal punto di vista formale, la figura emerge senza disegno preparatorio e si confonde con lo sfondo attraverso variazioni tonali minime. L’assenza di contorno annulla la distanza tra soggetto e spettatore, trascinando quest’ultimo dentro una dimensione percettiva instabile.
Qui si nota la familiarità dell’artista con l’acquerello. Ma la tecnica nella sua opera diventa un principio epistemologico: anche nella pittura a olio permane una fiducia nel processo e nel caso. È una forma di “resa”, per usare una categoria junghiana, come condizione per una possibile trasformazione.
Il risultato è una pittura che lavora per sottrazione: priva i corpi di tridimensionalità e sospende i riferimenti. Teatro di una tensione percepibile, toccante. In un’epoca che ha smarrito le parole per dire ciò che prova, la pittura di Dylan Silva restituisce la possibilità di vedere ciò che normalmente sfugge.
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