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Il triste natale del MAXXI. Chi vorrà investire in un settore trascurato dallo Stato?

di - 26 Dicembre 2018
In quel dicembre 2017 fu il MACRO, con l’annuncio del nuovo corso che tanto fece discutere e che ancora oggi, a distanza di 12 mesi, lascia più dubbi che attese. Questa volta invece è toccato ad altri due musei romani, il MAXXI e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, diventare protagonisti di quella che, ormai, sembra essere diventata una triste tradizione prenatalizia. E considerando gli attori, si tratta di un appuntamento più da malinconico cinepanettone che da Grandi Speranze dickensiane. Il maxiemendamento del cambiamento, roboante promessa del governo gialloverde firmato Di Maio & Salvini per far rialzare l’Italia, inverte la rotta accogliendo i famigerati “diktat” della kasta europea e, tra una correzione dell’ultimo minuto e un paio di manine, ridistribuisce in maniera vaga e arbitraria i bilanci dei prossimi tre anni. A farne le spese, tra i tanti soggetti – dalle pensioni all’editoria – sono stati anche due tra i più importanti musei italiani, il MAXXI, che ha appena aperto una grande mostra diffusa in diversi luoghi della Capitale e che sta ottenendo ottimi riscontri, e la GNAM, il cui processo di rinnovamento, avviato nel 2016, è ancora in pieno svolgimento. La notizia è ormai nota: 3 milioni di euro del fondo PAC-Piano per l’Arte Contemporanea, di cui la metà è destinata al MAXXI, saranno dirottati “per la promozione dell’arte contemporanea all’estero”, si legge nel testo, senza fornire troppe spiegazioni. Causa nobilissima e infatti a promuovere l’arte contemporanea all’estero ci pensa anche la DGAAP-Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie urbane, con diverse iniziative e peraltro con ottimi risultati. Per esempio, con l’Italian Council, che è ormai arrivato al quarto bando in due anni di esistenza, con 3 milioni di euro erogati per 34 progetti presentati da artisti come Rä Di Martino, Cesare Pietroiusti, Marinella Senatore, Mimmo Paladino. A quanto pare non basta ma invece di fare un passo avanti, se ne fanno due indietro e piuttosto maldestri. Visto che la cultura non ha voce nel teatro di questo governo – e come potrebbe? – meglio agitare un po’ le acque, lasciando un museo con un quarto del suo budget per la collezione da un giorno all’altro. D’altra parte Salvini & Di Maio non brillano certo di pianificazione strategica.
Quindi le risorse per far crescere, valorizzare e promuovere la collezione pubblica nazionale di arte contemporanea del MAXXI scenderanno nel 2019 da 2 milioni di euro a 500mila euro, una somma irrisoria per una istituzione dalle ambizioni ad ampio raggio come il MAXXI, gestito da una fondazione omonima, costituita nel luglio 2009 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e presieduta da Giovanna Melandri, “La prima istituzione nazionale dedicata alla creatività contemporanea”, ispirata anche ai modelli – tanto gestionali che architettonici – dei Centri Nazionali d’Arte Contemporanea francesi. E dunque, cosa si farà? Una risposta potrebbe provenire dall’Art Bonus, dalle erogazioni liberali e dagli sponsor. Tra gli altri, Il MAXXI può contare già sull’appoggio di Bulgari, con cui è avviato il discorso del MAXXI Bulgari Prize. E poi c’è Gucci, che supporterà la mostra dedicata al grande fotografo Paolo Di Paolo, a cura di Giovanna Calvenzi, che aprirà il 21 marzo 2019. Ma bisogna capire quale interesse possano nutrire dei privati, per investire in un settore in cui anche lo Stato dimostra di voler arretrare.

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