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La vicenda dei grandi Espressionisti Astratti falsi. Un intricato giallo che arriva da New York e che coinvolge mezzo mondo dell’arte della città

di - 26 Febbraio 2012
Tutto inizia 17 anni fa a New York. Glafira Rosales, mercante d’arte di Long Island, entra in “Knoedler & Company”, nell’Upper East Side con un dipinto che dice di essere di Mark Rothko.
La signora Freedman, della galleria, era stata così impressionata che aveva comprato l’opera.
Per i successivi dieci anni Knoedler compra dalla Rosales una serie di dipinti di maestri modernisti, tra cui Pollock, De Kooning e Motherwell. Tutti provenienti da un collezionista che la signora Rosales non voleva nominare. La Freedman gestisce la compravendita di almeno 20 pezzi, di cui uno venduto per 17 milioni di dollari. E ora? Rullo di tamburi. Tutti falsi!
L’FBI ha indagato e intanto Knoedler, dopo 165 anni di attività, ha chiuso i battenti (anche se la galleria ha detto che si tratta di decisioni di business non legate alla causa) e viene citato in giudizio dai clienti che hanno acquistato le opere della Rosales.
Sulla natura dei dipinti 3 domande balzano alla mente: se sono reali, perché contengono pigmenti che non erano stati inventati al momento della loro presunta creazione? E se sono falsi, chi sono questi falsari straordinariamente talentuosi? E se fossero rubati, perché i legittimi proprietari non si sono fatti avanti? La Rosales, non parla, ma pare che in coppia col marito, che si è definito amico di Andy Warhol, gestisse una piccola galleria a Manhattan, la Kings Fine Arts.
La signora Rosales disse alla Freedman solamente che gestiva i dipinti per un amico che aveva casa a Città del Messico e Zurigo, e la cui identità doveva restare segreta. «Questo non è sorprendente, spesso collezionisti privati vogliono restare anonimi» riferisce la gallerista. Poi salta fuori che la Rosales aveva avuto tutto dal padre che, insieme a David Herbert, un commerciante di New York scomparso nel 1995, aveva raccolto le opere incriminate. I due dovevano aprire una galleria ma poi a seguito di un litigio, tutto finì in un magazzino.
La Rosales possiede insomma due dozzine di opere meravigliose senza documentazione «ma straordinarie» come riporta la Freedman che ha in seguito arruolato diversi esperti per verificare le sue impressioni personali sui Rothko e Pollock, Barnett Newman e Clyfford Still. Claude Cernuschi, per esempio, autore di un libro su Pollock, attesta l’autenticità di un piccolo dipinto firmato “J.Pollock” e chiamato Untitled 1950. La National Gallery of Art ha scritto che due dei Rothko sembravano veri.
Le ombre però cominciano ad apparire nel 2003, quando un dirigente di Goldman Sachs ha cercato di confermare l’autenticità di un dipinto attribuito a Pollock, Untitled 1949, che aveva comprato da Knoedler. Portato alla “International Foundation for Art Research” il comitato esaminante non ha dato garanzie di autenticità.
Però arriva anche l’impresario canadese e mercante d’arte David Mirvish, che porta Frank Stella in galleria nel 2006. L’artista è a sua volta ingannato: «Ogni dipinto è troppo bello per essere vero, ma vederli in gruppo fa capire che sono veri».
In seguito, alcuni membri della Dedalus Foundation, che si occupa dell’autenticazione delle opere di Robert Motherwell, dopo un primo approccio positivo iniziano a sollevare le questioni circa le firme e lo stile dei dipinti.
Le voci prendono a circolare sempre più insistentemente nell’ambiente dei collezionisti e dei dealer newyorkesi, nelle Fondazioni e tra gli esperti dei cataloghi ragionati.
Jack Flam, direttore della Dedalus Fondation vuole provare la falsità dei Motherwell ed è partire proprio dai pigmenti, che risultano essere stati sviluppati 10 anni dopo rispetto alle date riportate sulle tele dell’astrattista americano, che il vaso di pandora si scoperchia nel 2009.
Da qui in poi una serie di accertamenti che hanno coinvolto dalla polizia statunitense alle dichiarazioni di Dedalus che identificativa come falsi tutta la produzione appartenente alla Signora Rosales per arrivare, ovviamente, a tutta una sfilza di richieste di risarcimenti milionari alla Freedman da parte di collezionisti e istituzioni incappate nel raggiro involontario.
La Rosales ha accettato di pagare la maggior parte dei rimborsi e delle spese processuali e, su insistenza di Dedalus, il retro dell’ “Elegia” di Motherwell è stato bollato con la parola “Falso” in inchiostro indelebile. Eppure la signora, che per la sua difesa ha sfoderato nomi e cognomi di proprietari delle opere false, sostiene che il dipinto sia vero. Nell’intricata trama è saltato fuori anche un pittore filippino, Alfonso Ossorio, che  aveva vissuto tra Pollock e De Kooning negli Hamptons. Autore dei falsi?
Nel frattempo Sotheby’s e Christie’s hanno rifiutato l’autentica a un Pollock del 1950 di proprietà di tale Signor Lagrange, che ha chiesto alla Freedman (dunque alla Rosales) un risarcimento di 17 milioni di dollari.
Ma quello che trapela è anche lo sgomento della Corte di fronte alle perplessità sui veri o sui falsi e su una questione che molto spesso tratta di pigmenti. Fatto sta che il Pollock dell’ultim’ora non è più sulle pareti di casa Lagrange e il New York Times lo ha definito ironicamente “un orfano del mondo dell’arte”, in attesa di essere condannato come una bufala o assolto come un capolavoro. Verrebbe da dire che, dopo questa vicenda, tutto è un sottile punto di vista!

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