Molte identità o nessuna: intervista al grande artista Lamberto Pignotti

di - 18 Maggio 2026

A margine della mostra IDENTIKIT, visitabile fino al 6 giugno presso la galleria Bianco Contemporaneo di Roma, che affianca Lamberto Pignotti, capostipite della Poesia Visiva e tra i fondatori del Gruppo ‘70, e Hogre, street artist anonimo e tra i massimi esponenti internazionali del subvertising, abbiamo incontrato lo stesso Pignotti per approfondire l’attualità della sua ricerca. E con l’occasione abbiamo rivolto anche a Hogre alcune domande, per capire meglio il punto di incontro tra i due artisti.

Lamberto Pignotti

In questa mostra porta alla luce la sua collezione di “molteplici identità” che le sono state attribuite nel corso degli anni. C’è una di queste identità con la quale si identifica maggiormente?

«Se qualcuno che mi chiede cosa faccio, beh, questo dipende dal contesto. Al limite potrei dire che scrivo. Ad esempio, pensando ad una presentazione in catalogo metterei scrittore, lasciando però questa scelta un po’ alla sorte e al momento, perché mi sento di rifiutare questo concetto di identità nato nel Sette-Ottocento.

Credo, in realtà, che i diversi appellativi di queste missive dipendano molto dalle mie svariate curiosità. Volendo allargare il discorso alle varie attività che ho svolto, anche all’Università ho sempre cercato di affrontare i temi che mi interessavano, perché non risolti e poco studiati. Ad esempio, per le lezioni sul rapporto arte e pubblicità, si pensava ai manifesti Horta o Dudovich, invece io facevo lezioni sulla pubblicità attuale del momento!

Oltre alla curiosità, la raccolta di tutte queste buste, penso abbia origine dalla noia, io sono questa noia! Fin da piccolo, per ammazzare la noia ero solito scrivere parole o fare disegni, che venivano collezionati dalla mia famiglia. In seguito, quando ho iniziato a ricevere tutte queste lettere con nomi e appellativi diversi, ho fatto la stessa cosa tenendole da parte, pensando che un giorno sarebbero servite. L’incontro con Hogre è stata l’occasione, io sono un artista con molte identità e lui un artista che non ha identità!».

Lamberto Pignotti, Hogre, IDENTIKIT, veduta della mostra, Bianco Contemporaneo, Roma, 2026

L’attraversamento di queste molteplici identità quanto ha a che fare con il concetto di interartisticità di cui ha scritto già nel 1963? Probabilmente è proprio questo suo modo di lavorare che ha sostanziato quel concetto da cui poi è nata l’avventura della poesia visiva?

«La mia formazione artistica è avvenuta da autodidatta, in realtà ho studiato ragioneria e mi sono laureato in diritto internazionale. Da giovane, però la mia insofferenza mi portava a frequentare spesso la Biblioteca Marucelliana dove mi sono interessato ai testi di filosofia analitica e linguistica, fuori però dal modo in cui veniva insegnato nelle facoltà universitarie. Non mi interessava imparare, quanto buttar dentro questi saperi ed è da qui che nasce la mia multidisciplinarietà.

Inoltre, io ho sempre lavorato in gruppo anche prima dell’esperienza del Gruppo ’70. Sin da bambino coinvolgevo alcuni compagni di classe con le mie idee e le mie “performance” sui banchi di scuola. Io non ho scelto questo modo di fare, c’è un verso di Montale che mi rappresenta “Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (n.d.r. Non chiederci la parola, da Ossi di seppia 1925), semplicemente sapevo cosa non ero e cosa non volevo essere o fare».

Lamberto Pignotti, Hogre, IDENTIKIT, veduta della mostra, Bianco Contemporaneo, Roma, 2026

A commento di New Vita Vita Nuova del 2016, Teresa Nocita scrive che lei “affronta la ridefinizione delle dinamiche comunicative con l’avvento del digitale”. All’interno del testo, lei afferma un interesse nei confronti dell’anagramma, del cruciverba e dei rebus. Divengono, dunque, questi ultimi l’espressione visiva di questa modalità comunicativa contemporanea?

«New Vita Vita Nuova affronta la forma di scrittura virtuale di oggi, perché la donna in realtà non esiste, è nello schermo di un telefono, che poi metto nel taschino a cui non accedo se perdo le password!

In realtà il mio interesse per anagrammi e rebus si ricollega all’idea di enigma che diventa enigmistica. L’enigma, nell’accezione che ne diedero gli antichi Greci, è probabilmente l’origine dell’arte, della poesia, di tutto. Oggi è diventato enigmistica, ma questo fatto mi interessa perché sta tra il gioco e la realtà, dove forse c’è anche la virtualità.

Oggi siamo giunti a pensare in termini fantastici, tutto è possibile. La civiltà odierna sembra aver rifiutato quell’idea dell’enigma rifugiandosi nel digitale, che io odio, anche se lo uso, perché in sostanza il metodo binario è quello del sillogismo aristotelico. Ma io sono un presocratico, mi muovo con il binomio “più – meno” e non con quello “sì – no”.

Riflettendo, poi, sul concetto di virtualità, anche in riferimento agli avvenimenti attuali, a volte mi vien da pensare se ci guardassimo dall’esterno su questa pallina che è la Terra, capiremmo l’idea iniziale che muove le nostre azioni e quelle dei potenti? Perché l’obiettivo è chiaro, ma prima cosa c’è? Prima c’era il Verbo, ma prima del Verbo? Qual è questa divinità zero e quanto potrà durare in questo modo l’umanità? È qui che sta l’enigma, l’enigmistica, il mistero. Forse siamo virtuali».

Lamberto Pignotti, Hogre, IDENTIKIT, veduta della mostra, Bianco Contemporaneo, Roma, 2026

A suo parere, negli ultimi anni è aumentata la granularità della comunicazione, tanto da passare dall’accostamento di immagini tipico del collage a quello di sillabe e lettere?

«Spesso si concepisce il progresso delle arti con un andamento orizzontale, come il collage è un accostamento orizzontale. In realtà ciò che più conta è il montaggio, costruire su qualcosa che è già costruito, che è già fatto. In qualche modo il collage porta l’idea di progresso come il montaggio porta a chiedersi cosa ci sia sotto. Il futuro spesso lo si scopre nelle miniere abbandonate! Anche la performance è forse proprio l’inizio della letteratura, che non sappiamo se sia nata come orale, musicale, sacrale o mitologica. È spettacolo, poi chiamalo come vuoi, insomma».

Quel che lei ha fatto quaranta o cinquanta anni fa, è attuale ancora oggi, tanto da ritrovare affinità con l’opera di un’artista molto più giovane come Hogre.

«Alla base della mostra con Hogre, come accennato prima, c’è l’idea di identità. Lui è un artista che non mostra la sua identità, nel mio caso sembra quasi un’ostentazione di varie identità. In genere, l’artista o lo scrittore è legato intimamente all’idea della propria firma, in realtà, secondo me bisognerebbe in qualche modo fuggire da questa idea.

Per quel che riguarda l’attualità di quel che ho fatto molti anni fa, certamente le idee espresse nel Gruppo ’70 erano molto avanzate per l’epoca e forse per questo non furono completamente comprese. Si può far un parallelo con l’utilizzo della sinestesia di cui anche ho parlato tempo addietro. Questa figura retorica ha origini in ambito psichiatrico, solo dopo è passata alla letteratura ed ora è così tutti la usano e la comprendono.

Allo stesso modo, è oggi che tutti si accorgono che un quadro va letto e che una pagina va vista».

Lamberto Pignotti, Hogre, IDENTIKIT, veduta della mostra, Bianco Contemporaneo, Roma, 2026

A partire dai componimenti di poesia visiva, spesso i suoi scritti si strutturano per giustapposizione di immagini. La composizione del collage è la rappresentazione figurativa di questa struttura poetica?

«La poesia visiva nasce da quello che io ho chiamato “poesia tecnologica”, che attinge non soltanto al linguaggio della tradizione letteraria, ma al linguaggio realmente utilizzato dalle persone. Come fece Dante che scelse di scrivere la “Divina Commedia” in italiano anziché in latino, il fine parallelo era usare delle parole che la tradizione non usava, linguaggi appunto massmediatici, per trasportarli in ambito poetico.

Più che l’insegnamento in senso tradizionale, però, a me interessava ripensare il linguaggio in termini filosofici, creando un confronto tra la concezione mentale e i giochi linguistici di Wittgenstein.

In realtà ho iniziato a fare poesia visiva senza saperlo, identicamente, iniziai a fare collage linguistici senza sapere che quei collage erano poesia visiva».

Lamberto Pignotti, Hogre, IDENTIKIT, veduta della mostra, Bianco Contemporaneo, Roma, 2026

Quindi le è venuto naturale sperimentare nella scrittura con quella modalità e nelle arti figurative con il collage?

«Poiché mi annoiavo facilmente, all’università mi occupavo anche di un giornale in cui proponevo dei linguaggi di grafiche ottocentesche, o magari collage tratti da pubblicità dell’epoca trovate in alcuni libri che avevo in casa, a volte ignorando anche chi aveva fatto le stesse sperimentazioni prima di me. Questi e altri collage li ho lasciati lì per anni, come anche i miei primi disegnini della fine degli anni ’40. Tutto mi può servire.

Anche ora sto sperimentando cose diverse, non so cosa ne verrà fuori, ma sto partendo dal concetto di saturazione. Siccome mi sono stancato già dell’intelligenza artificiale, faccio finta di sapere tutto, basta far finta di saperla! Pensi che la mia prima disciplina era tecnica pubblicitaria e io non ho mai saputo niente di pubblicità.

Mi viene in mente a tal proposito una figura retorica, l’anamorfosi. Ci son cose banali, che se le giri cambiano totalmente. Anni fa, pur non essendo cattolico, feci una bellissima pagina su L’Unità dedicata ai santini, in particolare alla bellezza di quelli ottocenteschi, di cui a casa eravamo pieni. Chi li realizzava non si rendeva conto di anticipare in qualche modo il Dadaismo facendo inconsapevolmente dei fotomontaggi. Come il personaggio di Molière che non sapeva di parlare in prosa (n.d.r. Il borghese gentiluomo), chi faceva i santini non sapeva di fare il dadaismo. In fondo succede sempre di andar a cercare l’arte dove pensi ci sia, invece l’arte c’è dove non si vede, o dove non pensi di trovarla!».

Lamberto Pignotti, Hogre, IDENTIKIT, veduta della mostra, Bianco Contemporaneo, Roma, 2026

Tornando indietro a un suo scritto, Una forma di lotta. Contro l’anonimato dei prodotti (1967), anche lì ci sono passaggi molto repentini tra una scena e l’altra. Quasi come davanti ad uno stacco televisivo o allo scorrimento dello schermo di un cellulare, si passa da un’immagine all’altra senza continuità, una modalità a cui siamo totalmente assuefatti. La poesia e l’arte come dovrebbero agire oggi contro questa assuefazione?

«Io credo che l’arte e la letteratura non debbano agire, ma debbano funzionare. Usualmente sono considerato uno che non ama molto la lirica, anzi ho lottato contro questo genere che si è affermato perché fa piacere al cuore. Ma anche io riesco ad essere lirico, solo che la mia è un tipo di lirica “antilirica” e quindi tutto dipende dal codice che si utilizza per la lettura. In arte o si va ad un livello di grande complessità oppure si scende a livello zero, che può anche questo può essere d’avanguardia. Insomma, i generi e le figure retoriche, andrebbero tutte riviste se le applichi diversamente».

Con l’occasione della mostra, abbiamo rivolto alcune domande ad Hogre, per avere maggiore contezza del rapporto tra i due artisti e delle motivazioni che li affiancano in questa esposizione.

Lamberto Pignotti, Hogre, IDENTIKIT, veduta della mostra, Bianco Contemporaneo, Roma, 2026

Quanto ritiene ci sia in comune tra le istanze del lavoro di Pignotti, a partire già dagli anni ’60, con quelle sue e del subvertising?

«Ho conosciuto Lamberto Pignotti grazie a Brigida Brancale, amica fotografa, laureatasi con una tesi su Il supernulla, saggio pubblicato da Pignotti nel ‘74 sull’ideologia della pubblicità. Mentre gli strumenti del comunicare cambiavano, le logiche della propaganda sono rimaste invariate, così a distanza di mezzo secolo la critica di Pignotti non ha perso la sua affilatura.

Mi sono nutrito di queste idee, seguendo un filo rosso preciso che passa per Benjamin, De Bord, Baudrillard, il progetto Luther Blissett in Italia, le TAZ inglesi, i Culture Jammers statunitensi e collega il mio percorso con il lavoro di Pignotti in quegli anni: entrambi critichiamo la realtà che il potere costruisce attraverso i suoi simboli, studiamo la sua grammatica, proviamo a metterne a nudo la cieca crudeltà, tagliando, smembrando e ricomponendo i suoi dettami univoci li dirottiamo verso idee diametralmente opposte, e, soprattutto, cerchiamo di farlo in maniera poetica».

Come è nata l’idea di questa mostra con Lamberto Pignotti?

«Pignotti mi ha parlato di un’idea per un’opera sull’identità, una categoria fondativa per tutti i poteri che ci governano, dagli stati-nazione, alle chiese, ai brand delle multinazionali. Pignotti ha conservato decine e decine di buste da lettere a lui indirizzate e recapitate negli anni tramite posta ordinaria, tutte con una caratteristica comune: un errore nel destinatario. Così Lamberto è diventato Alberto, Mario, Roberto, mentre Pignotti di volta in volta era Pignatti, Pugnotti, Patella e così via. Anche i titoli che precedono il suo nome sono tra i più disparati, come Scrittore, Professore, Architetto, Dottore… chi è dunque l’artista?

La raccolta di queste buste è stato il punto di partenza per la mostra Identikit, un’opera scherzosa e al contempo seria sulla perdita dell’identità con la quale ho interagito realizzando una serie di cartoline contraffatte, tutte indirizzate alle molteplici identità dell’amico e maestro Pignotti, ma spedendole da luoghi impossibili: la cartolina con la Statua della Libertà recita la scritta “Saluti da Abu Dhabi”, quella con la scritta “Paris Jetaime” riporta la foto di una pagoda giapponese con i ciliegi in fiore, la Grande Muraglia Cinese viene dalla Basilica di San Pietro, il Colosseo da New York e così via. Con quest’opera ho voluto riprendere l’idea Bakuniana secondo la quale le idee non hanno padroni, perché qualunque genio è sempre frutto del suo contesto, così anche l’artista. La perdita d’identità coincide dunque con la dissoluzione, splendida e disperata, del proprio contesto».

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