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L’arte meridionale da riscoprire e da preservare. Se ne parla in un convegno a Napoli

di - 7 Febbraio 2019
Conoscere per comprendere. E comportarsi di conseguenza. In sintesi questa è la base teorica e pratica dell’attività del Centro studi sulla civiltà artistica dell’Italia meridionale Giovanni Previtali, che, giovedì scorso, a Napoli, ha tenuto il convegno Giovanni Previtali e l’arte dell’Italia Meridionale.
Non a caso il centro studi e il convegno sono intitolati a questo studioso (1934-1988) che, pur essendo fiorentino, molto si interessò dell’arte meridionale. Appunto per la sua attività “meridionalista” fu chiamato all’Università di Napoli. Della quale, dal 1983 al 1988, fu professore, dopo esserlo stato delle Università di Messina e di Siena.
Qui, a Napoli, sempre più cresceva la sua consapevolezza del degrado, derivato dall’incuria, dell’immenso patrimonio artistico del Sud Italia e già ne individuava la causa principale nella subalternità agli studi storico-artistici delle regioni centro-settentrionali. E indicava anche la via per sanare questa situazione: la conoscenza. Per cui assegnava ai propri allievi tesi sui prodotti artistici meridionali non ancora studiati, ce n’era e ce ne sono ancora tanti, mentre progettava una riedizione delle Vite del pittore e scrittore napoletano Bernardo de’ Dominici (1643-1759), detto, al tempo suo, il Vasari napolitano. Ma, aggiungo, mentre il pittore e architetto aretino Giorgio Vasari (1511-1574) nella sua opera, intitolata genericamente “Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”, parla pressappoco solo di quelli centrosettentrionali, il De Dominici, con maggiore precisione storica, intitola la sua “Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti napolitani”, dove ci parla di questi e di loro ci dà preziose notizie.
In pratica, Previtali individuava e denunciava la questione del degrado delle opere dell’arte meridionale nella consapevolezza della responsabilità degli atteggiamenti degli storici dell’arte italiana. Che si ritrovano, poi, nei manuali scolastici, quelli che formano le conoscenze di base delle popolazioni. Il convegno di giovedì scorso, durato un’intera giornata, è stato organizzato, insieme al professore Nicola Cleopazzo, dal professore Francesco Abbate, collaboratore e amico di Previtali e presidente del suo centro studi. Abbate è autore dei 5 volumi della Storia dell’Arte dell’Italia Meridionale, che ne racconta la pittura, la scultura, l’architettura, il paesaggio costruito, la decorazione e le arti minori: una straordinaria opera di sintesi nell’arco impressionante di circa due millenni.
Tra i convegnisti, la vicepresidente del Centro Studi Mimma Pasculli Ferrara dell’Università degli Studi di Bari, la cui straordinaria attività è testimoniata da più di duecento pubblicazioni: una vita dedicata allo studio appassionato e sagace dell’arte. Il titolo del suo intervento è stato “Una enigmatica firma per una Madonna delle Grazie a Casagiove”. Ma come ha fatto a scoprire questa “enigmatica firma” su un dipinto di una chiesa in un paese certo non famosissimo del Casertano? La professoressa ce lo spiega e così comprendiamo meglio il suo metodo di studio: la precisione dell’indagine. Suo fratello le aveva mostrato in fotografia una statua dello scultore Giacomo Colombo (1663-1731). La foto era piuttosto sbiadita. Ragione per la quale lei si era recata a Casagiove per conoscere l’originale e vi aveva “scoperto” la chiesa della Madonna delle Grazie e la sua pala d’altare. Che era anche firmata. Ma la firma era fatta con parole di incerta lettura. Chiara, invece, la data: 1609. Notizie sullo sconosciuto autore del dipinto non ce ne sono ma la professoressa ne ha letto attentamente lo stile attribuendo l’opera all’ambiente nordico europeo. Le opere presentate e discusse dai convegnisti, infatti, si trovano nel Sud, ma i loro autori non sono tutti meridionali.
Così Gianfrancesco Solferino ha illustrato, decantandone l’arte umanissima, le sculture lignee colorate di Vincenzo Scrivo da Serra San Bruno, un artista settecentesco di origine calabrese. Scarse sono le notizie su di lui ma si evince che fu allievo, appunto, di Giacomo Colombo, che, estense di origine, si era del tutto napoletanizzato. Una testimonianza della forza trainante della Napoli capitale. Che agiva sugli artisti qui immigrati come sui provinciali, soprattutto da quando era diventata capitale del vicereame spagnolo (1503), quando attraeva, con il suo fascino, anche i paesi adriatici, che prima erano rivolti a Venezia.
L’interessante convegno ha avuto luogo nella sala capitolare, ornata da stucchi tardo barocchi e dalle pitture del seicentesco palermitano Michele Ragolia, del convento domenicano di San Domenico Maggiore. Non si sarebbe potuto scegliere sede più adatta. Il convento domenicano è testimone di un millennio di storia napoletana e parla di San Tommaso, del quale conserva anche la cella, di santi e di re. Con la sua chiesa, i cortili sereni, le sale severe ma accoglienti, le pitture, gli ornamenti: un millennio di arte e di altissima civiltà. (Adriana Dragoni)

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