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Le “Immagini, malgrado tutto”, secondo Jerry Saltz. Il critico torna sui frame dell’uccisione dell’ambasciatore russo in Turchia, dando la sua lettura

di - 21 Dicembre 2016
Malgrado l’orrore rappresentato, sono immagini, scriveva Georges Didi-Huberman di fronte a pochi frame dell’Olocausto. Jerry Saltz, decisamente uno dei critici migliori a livello mondiale, guarda all’orrore contemporaneo dopo l’assassinio di Ankara, che forse con l’Olocausto in comune ha solo la violenza, ma non le sue immagini.
Già, perché come abbiamo osservato tutti, anche Saltz punta il dito su una sorta di “artefazione” che contraddistingue i frame dell’attentato all’ambasciatore russo ad Ankara, scrivendo su Vulture: “Le pose sono quasi classiche, congelate, o “provate” come nel teatro, nella danza”, e cita Kurt Andersen, che ha dichiarato che il grande fotogiornalismo attuale continua ad assomigliare a fotogrammi di film fantascientifici.
Ecco, probabilmente, il risultato dell’ormai arcaica “società delle immagini”: “è il nuovo surrealismo della vita moderna, reso ancora più straziante perché non potrebbe essere più veramente reale”, scrive Saltz. Ci vengono in mente ancora una volta Baudrillard, Virilio, Bauman, e i disegni Robert Longo, manichini in movimento, fermati in un attimo – in un salto o una caduta – e tagliati fuori dal mondo, come è la vita dentro una galleria d’arte.
“In questa immagine, moto perpetuo congelato – un’intera scena di azione e di visione del mondo è colta in un istante. La fotografia è perfettamente a fuoco”. E il fotografo (che si chiama Burhan Ozbilici)? Già, dov’è? Riprende tutto, alla stessa altezza degli occhi dell’assassino mentre pronuncia il suo discorso, incurante degli astanti che si accovacciano a terra, che vi proponiamo qui sopra: ma anche in questo caso chi scatta è assente dalla scena (così come dalla traiettoria della pistola, essere invisibile agli occhi del killer), ma riprende quello che potrebbe essere un frame di un video di Bill Viola: “Guardandola, siamo bloccati in questa composizione cercando, incapaci, di trovare una via d’uscita”, chiosa Saltz. E così via, una due tre immagini “non accidentali, ma formali” del terrore. Su cui ancora bisognerà scrivere.

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