Spazio Diamante, Roma
«Si potrebbe sostenere, con un certo gusto per il paradosso, che il teatro esista soprattutto quando non è ancora teatro». Non quando tutto è pronto, definito, riconoscibile. Ma prima. Quando qualcosa prende forma senza aver deciso ancora quale forma sarà, quando il gesto scenico non ha ancora trovato la sua misura e proprio per questo resta esposto, vulnerabile, necessario.
La settima edizione di inDivenire, ideata e prodotta da Alessandro Longobardi, con la direzione artistica di Giampiero Cicciò, si muove esattamente in questo spazio. Non si limita a ospitarlo: lo costruisce. Fino al 12 maggio, allo Spazio Diamante di Roma, il festival propone non spettacoli compiuti ma una costellazione di tentativi. 18 studi, selezionati tra 84 progetti candidati, ciascuno della durata di circa 30 minuti, che scelgono deliberatamente di mostrarsi prima di essere pronti.
È una scelta che può sembrare controintuitiva, soprattutto in un sistema culturale abituato a presentare solo ciò che è rifinito, controllato, definitivo. E invece qui accade il contrario: il teatro viene restituito al suo momento più fragile, quello in cui ancora non coincide con una forma stabile. Non è una riduzione, né un’anteprima. È un altro modo di esistere.
Il titolo del festival lo chiarisce, a patto di fermarsi ad ascoltarlo davvero. Divenire viene dal latino devenire: arrivare, sì, ma attraverso un movimento. Non indica un punto fermo, bensì un attraversamento. E quell’“in” iniziale non lo chiude, non lo definisce: lo prolunga. Essere in divenire significa restare dentro al cambiamento, senza sottrarsi alla sua instabilità.
È esattamente ciò che accade sulla scena. Gli studi non cercano di nascondere ciò che manca. Non fingono di essere completi. Espongono, invece, ciò che è ancora incerto: passaggi non risolti, direzioni che si aprono e si interrompono, intuizioni che cercano una forma senza averla ancora trovata. E proprio in questo esporsi si produce un effetto raro: una sincerità che il teatro compiuto, talvolta, perde. Perché quando tutto è definito, qualcosa si chiude. Qui, invece, tutto resta aperto.
La scena non offre risposte. Espone domande. Non guida lo spettatore verso una soluzione ma lo mette nella condizione di dover scegliere come guardare. Non è più sufficiente assistere: occorre partecipare, nel senso più concreto del termine. Immaginare ciò che manca, collegare ciò che appare frammentario, intuire una direzione possibile.
In questo senso, lo spettatore entra nel processo come presenza necessaria. Senza il suo sguardo, molte di queste forme resterebbero sospese. Con il suo sguardo, iniziano a trovare una direzione.
Anche il momento di confronto che segue ogni studio è parte integrante del dispositivo. La parola continua ciò che la scena ha iniziato, per espandere, per tenere aperto. In questo passaggio, il teatro si sposta: dalla rappresentazione al discorso, dall’atto alla riflessione. È come se ogni studio avesse due vite: una sulla scena, l’altra nel pensiero che genera.
La varietà dei linguaggi contribuisce a rendere questo movimento ancora più evidente. Si attraversano forme diverse: teatro di parola, performance fisica, costruzioni visive, dispositivi ibridi che mettono in crisi le categorie stesse della rappresentazione. È una mappa del presente, in cui ciò che conta è la direzione comune: quella della ricerca. Tutti i lavori, pur nelle loro differenze, condividono un elemento: la disponibilità al rischio. Nessuno sembra voler proteggere se stesso. E proprio per questo, ciascuno espone qualcosa che riguarda anche gli altri.
In questo senso, inDivenire è presa di posizione. In un contesto che privilegia il risultato, la chiarezza, la riconoscibilità immediata, qui si sceglie di mostrare ciò che normalmente viene nascosto: il momento in cui le cose non sono ancora definite. Perché è proprio lì che il teatro resta vivo.
Un’opera compiuta può essere perfetta ma spesso è anche chiusa. Qui, invece, ogni lavoro lascia spazio. Non solo allo sviluppo futuro ma alla possibilità stessa di cambiare direzione. Non tutto è già deciso. E questo, in un tempo in cui tutto sembra dover essere immediatamente leggibile, ha un valore quasi politico.
Molti dei progetti presentati troveranno, probabilmente, una forma più compiuta. Alcuni entreranno in produzione, altri si trasformeranno, altri ancora scompariranno. Ma questo non è il punto. Il festival è un luogo in cui il teatro si mostra mentre accade, senza garanzie. E forse è proprio questa assenza di garanzie a renderlo necessario.
La chiusura, il 12 maggio, è affidata a Fabrizio Gifuni con Vita e teatro, teatro e vita. Un titolo che sembra voler rimettere tutto in circolo. Come se il percorso si riflettesse su se stesso, riportando il teatro alla sua relazione più profonda, quella con l’esperienza.
Perché, alla fine, è questo che emerge con chiarezza. Il teatro non è ciò che vediamo quando tutto è finito. Non è il risultato, né la forma definitiva. È il movimento che porta a quella forma, e che continua anche dopo. È ciò che accade mentre qualcosa prova a diventare. E in quel tentativo, inevitabilmente, cambia.
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