D’altronde, sono sempre gli altri che muoiono. Il famoso auto-epitaffio di Marcel Duchamp, che sigla la sua lapide sulla tomba a Rouen, fa da sfondo all’ultima idea di Fabio Sargentini, da sempre incline ad iniziative eclettiche. L’epitaffio non è forse divenuto sin dall’antichità – si domanda lo storico gallerista romano – un sottile esercizio letterario? Io ci vedo sia l’abbarbicamento alla vita che una liaison amoureuse con la morte. E allora ha chiesto ad un gruppo di amici, artisti, critici d’arte, di proporre il loro epitaffio d’elezione. Per tutto il mese di marzo, ognuno dei partecipanti è chiamato a scrivere sul muro bianco, nei modi che riterrà più opportuni, le sue scarnificate, ponderate parole. La sera dopo, su quello stesso muro, mondato, apparirà un’altra scritta lapidaria. I documenti, testi e fotografie, saranno riuniti in un catalogo conclusivo, con un testo di Marco Lodoli affianca Sargentini nell’operazione. Sotto a chi tocca, dunque. Fino all’ultimo epitaffio.
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