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Marina Dacci conclude l’incarico di direttore della Collezione Maramotti. Il suo racconto

di - 21 Dicembre 2017
Marina Dacci concluderà il suo mandato come direttrice della Collezione Maramotti al termine del 2017. Dal gennaio 2018 sarà Sara Piccinini ad assumere il ruolo di coordinatrice organizzativa della Collezione.
Più di dieci anni lavoro, portati avanti con passione e professionalità, durante i quali ha gestito il patrimonio artistico della famiglia Maramotti, fiore all’occhiello del collezionismo privato italiano, mantenendo sempre un profilo alto e caratterizzante, di pari passo con il brand Max Mara. 50 anni di storia dell’arte si trovano nella sede di via Fratelli Cervi, a Reggio Emilia, dalla passione di Achille Maramotti, il capostipite della maison e della collezione, fino agli eredi, Ludovica, Luigi e Ignazio, da Lucio Fontana, Alberto Burri e Jannis Kounellis, a Laure Prouvost, Ellen Gallagher ed Elisabetta Benassi. Passando per il Max Mara Art Prize for Women, premio a cadenza biennale e specificamente declinato al femminile, istituito nel 2005 dalla Whitechapel Gallery, storica galleria d’arte pubblica inglese, in collaborazione con Max Mara, per riflettere sullo stretto rapporto tra la moda e l’arte. Un premio diventato un appuntamento significativo nel calendario degli eventi dedicati al contemporaneo, curato con successo e grandi soffisfazioni proprio da Dacci, che seguirà il progetto anche nel 2018 e che abbiamo raggiunto per un commento a caldo.
Arriva al termine un incarico durato più di 10 anni, durante i quali, possiamo immaginare, avrà maturato tante e diverse esperienze. Le farebbe piacere ricordare qualcosa, in particolare?
«In realtà gli anni sono 11! Dal 2006 si inizia col cantiere della Collezione. Anni pieni, ricchi, densi avvero: sfide su situazioni mai affrontate prima, tutto da pensare e da costruire. Ma si sa, tutti gli stati nascenti sono portatori di una energia speciale…come in una gravidanza in cui si cura un bambino e poi lo si vede nascere, respirare, crescere e poi camminare da solo…Una emozione unica e speciale. Credo che la Collezione ora sia davvero un gioiello raro che ha saputo proporre un modello di produzione e fruizione dell’arte diverso da ogni moda e tendenza, che ha regalato soddisfazioni a tutti: in primis agli artisti con cui ha collaborato perché sono stati messi al centro di una storia…Si perché la collezione ha sempre raccontato storie: da quella del collezionista a quella di tutti gli artisti invitati a lavorare con noi. Parlare di esperienze particolari è difficile quando si è immersi in una condizione in cui tutto è speciale perché deve formarsi e strutturarsi. Ci sono ricordi particolari certo, legati a persone, soprattutto ad alcuni artisti con cui ho avuto il privilegio di lavorare e che mi hanno regalato nuove visioni, non solo nell’arte ma nella vita e che spero davvero di continuare a coltivare».

Come sarà il suo 2018? Cosa si prospetta nell’immediato futuro?
«Io non lo so cosa sarà il 2018, del resto chi può saperlo? Continuerò a seguire il Max Mara Art Prize for Women a cui sono particolarmente legata anche per la modalità con ci ci si prende cura di una artista e di un progetto: della parte in cui si lavora nell’incubatore sulle potenzialità espressive. Il resto è vita, tempo per il respiro del pensiero e delle relazioni umane che vanno anche coltivati, con la giusta cura, perché spesso vengono mangiati da certi stili di vita».

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