Iniziamo il nostro tour parigino, in attesa di Paris Photo, Fotofever, e le altre dozzine di iniziative collaterali di questa settimana, portandovi nel tempio delle immagini, ovvero la Maison Europeenne de la Photographie (MEP), in zona Saint Paul. Le aspettative non sono deluse, anzi, se siete da queste parti vi conviene farvi un giro. Troverete per esempio – al secondo piano – una retrospettiva, con pezzi più recenti e altri cavalli di battaglia, di Andres Serrano. Visto e rivisto, certo, ma un sempreverde che anche qui fa il suo effetto, stamane forse molto di più, visto che diversi spettatori si mettono in posa accanto al ritratto di Donald Trump, il neo presidente degli Stati Uniti, che Serrano aveva scattato come una delle facce d’America. Pollice verso il basso per il “nuovo” politico, nelle foto che vengono raccolte dagli amici. Ma di Serrano c’è anche il bel progetto sugli homeless, che raccoglie anche un’installazione degli immancabili e tristi cartelli con le richieste di aiuto che gli homeless usano nella loro attività di elemosina (in home page). Ma c’è anche, all’ultimo piano, la mostra dell’Archivio di Pierre Molinier, fotografo francese censuratissimo e iconico, che dispone erotismo e voyeurismo in foto e bianco e nero, ritagli, travestitismo (sono in scena anche i costumi che l’artista era solito indossare, o far indossare, nei suoi teatrini), disegni e collage che vanno dal grottesco al macabro, in un universo torbido e notturno che richiama Bellmer o Kubin, con ampi avvisi di attenzione per il pubblico meno avvezzo. In realtà nulla appare così scandaloso, tant’è che forse colpiscono di più le mostre di Diana Michener, che attraverso il ritratto di animali in cattività sembra metaforizzare la condizione umana della società contemporanea, o l’archivio di Harry Callan, americano ed ex direttore della sezione fotografia del Design Institute di Chicago che, attraverso scorci dal sole abbacinanti, architetture, finestre e strade, ripercorre metafisicamente la Provenza della metà degli anni ’50. Dulcis in fundo un progetto sociale, immancabile, ma decisamente ben articolato: è quello di Johann Rousselot, intitolato “Now Delhi. Les trente désastreuse?” e dedicato appunto alla vita di Delhi (sopra un’immagine del fiume sacro Yumuna, oggi biologicamente morto), come Capitale in continua rincorsa verso l’innovazione, ma non scevra di tutte le difficoltà e le tragedie che ben conosciamo del difficile mondo indiano e, aggiungiamo, di una megalopoli. Un reportage che è valso il Prix Photo ADF/Polka. Non a caso, insomma.