È un argomento trasversale, riguarda tanto la politica e il diritto quanto la sensibilità e la cultura. Sul sistema carcerario e repressivo è stato scritto molto, almeno dall’Illuminismo in poi. In Italia, il dibattito si accende periodicamente, diffondendosi dal parlamento ai mass media, fino ai social network ma il discorso rimane ambiguo, difficile affrontare senza cadere nel pregiudizio o, all’opposto, nel pietismo. “Non me la racconti giusta” è il progetto di arte urbana, a cura di Ziguline, magazine di arte e cultura contemporanea, in collaborazione con gli street artist Collettivo Fx, e Nemo’s e il fotografo Antonio Sena, che riconosce, in questi spazi, una peculiare possibilità di espressione. Negli anni scorsi, il progetto ha interessato la Casa Circondariale di Ariano Irpino e la Casa di Reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino, mentre la terza edizione, conclusasi pochi giorni fa, ha coinvolto la Casa Circondariale di Rimini. L’idea è attivare momenti di scambio con i detenuti, un laboratorio nel quale l’intero processo creativo è generato dalla condivisione, dall’ideazione del soggetto fino alla realizzazione materiale dell’opera. Ne abbiamo parlato con Maria Caro, direttrice di Ziguline.
“Non me la racconti giusta” segue un approccio laboratoriale, scandito da tappe graduali, dall’elaborazione dell’idea alla messa in pratica. Puoi spiegarci i vari passaggi?
«Siamo noi a invadere la “casa” di queste persone quindi, nonostante un atteggiamento molto propositivo, cerchiamo di lasciare spazio e tempo a ognuno di loro. Uno dei vari obiettivi che perseguiamo, infatti, è quello di responsabilizzare i detenuti durante l’arco di tutto il progetto. Collettivo Fx e Nemo’s mettono sul tavolo di discussione degli argomenti e si cerca, insieme, di tirare fuori concetti, simboli e temi interessanti da rappresentare sulla parete. Il risultato è un brainstorming collettivo in cui sono i detenuti a decidere cosa disegnare sul muro e il perché. La guida degli artisti serve a superare l’imbarazzo iniziale ma, soprattutto, la pigrizia mentale. Se nella prima fase, vengono fuori storie e sfumature delle varie personalità, è la seconda fase quella più interessante. Persone di età e origini variegate si trovano di fronte a un muro convinti di non essere capaci di disegnare ma la responsabilità, gli stimoli provenienti da noi e l’obiettivo comune di portare a termine un lavoro che resterà impresso sul muro, rende tutti molto determinati. La terza fase, invece, prevede una chiacchierata che ci permette di raccogliere riflessioni e opinioni sul lavoro svolto e su come progetti di questo tipo possano essere o meno utili nel contesto detentivo.»
Il progetto è arrivato alla terza tappa, è cambiato qualcosa dall’inizio a ora?
«Ogni volta che entriamo in un carcere viviamo esperienze completamente diverse. Non nego che sono tanti i tratti comuni tra molti dei detenuti e del personale ma l’approccio e il risultato finale mi stupiscono ogni volta. Quello che è cambiato in noi è la familiarità con cui ci muoviamo in un ambiente così particolare, è cresciuta anche la consapevolezza di alcune inevitabili dinamiche e della complessità della dimensione carceraria, in cui tutti i problemi sono amplificati. Le tre esperienze – Ariano Irpino, Sant’Angelo dei Lombardi e Rimini – sono state tutte differenti. Il confronto tra le prime due è facile, nella prima si svolgono poche attività, mentre nella seconda sono tante le alternative alla cella che vengono offerte ai detenuti. A Sant’Angelo c’era molto entusiasmo e il gruppo di Ariano Irpino ha manifestato attaccamento anche maggiore per questa opportunità. Rimini è un discorso a parte, in quanto abbiamo lavorato con la sezione Vega, che attualmente ospita due transessuali, e con la sezione Andromeda, una sezione speciale che offre un programma riabilitativo speciale ai detenuti con pregressi problemi di tossicodipendenza. Sono venute fuori nuove problematiche, nuove idee e nuovi messaggi da inviare.»
Quanto può essere significativo, per l’arte contemporanea, il confronto con il non-luogo di una casa circondariale?
«Direi che il carcere è sicuramente una buona fonte di ispirazione, comunque, nel nostro caso, l’arte è un mezzo molto valido ma solo un mezzo. La forza del progetto sta nel riuscire a coinvolgere, affascinare e lasciare un segno, si spera, in tutte le persone coinvolte. Sicuramente questo confronto può aprire a diversi scenari. Il carcere è un non-luogo diverso da molti altri. Non si accede per volontà, i detenuti vivono in una sorta di nuovo mondo in cui si stabiliscono legami e interazioni che sono limitate nel tempo e nello spazio. La maggior parte dei detenuti quando interagisce con un interlocutore mente, anche involontariamente. Una volta dentro indossano una maschera, una corazza che permette loro di sopravvivere, adattandosi questo nuovo scenario. Indagare questo aspetto è sicuramente molto stimolante e il lavoro che si svolge durante Non me la racconti giusta spesso dà la possibilità di permeare questa corazza. Lavorando cinque giorni consecutivi e per molte ore, il loro livello di guardia si affievolisce e, almeno a sprazzi, si intravedono le loro anime. Il carcere è un “non-luogo” ma anche un “nuovo luogo” che plasma la persona.»
Quali esperienze hanno potuto maturare gli artisti e gli operatori in questo dialogo? Che tipo di partecipazione hai notato nei detenuti?
«L’esperienza ha arricchiti molto, sembrerà banale ma confrontarsi con il carcere ci permette di osservare, attraverso un filtro concreto, molte problematiche che riguardano tutti e in un determinato momento del loro sviluppo. Il carcere accumula problemi, quelli che il detenuto aveva prima di entrarci, quelli legati al carcere stesso, come cassa di risonanza dell’amministrazione pubblica, e quelli che vivrà una volta fuori. La sfida è interessante, guidare persone anche molto mature, invogliarle a esprimersi attraverso un mezzo artistico e a portare avanti un proprio progetto, non calato dall’alto, responsabilizzarli sulla buona riuscita del lavoro. I più giovani sono i più entusiasti, si lasciano affascinare dall’arte urbana, dalla guida dei due artisti che, in questo, sono davvero bravissimi. I più adulti hanno più remore ma finiscono per dare comunque il proprio apporto. Ci è capitato di lavorare anche con detenuti che sapevano disegnare o dipingere e ovviamente sono stati contentissimi di partecipare. Altri hanno scoperto di saper disegnare e se all’inizio ricopiavano dai nostri schizzi o da esempi, gli ultimi giorni sceglievano i soggetti ed esprimevano idee.»