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Photosophies, ovvero come l’uso del medium fotografico diventa “sensibile”. In una mostra decisamente contemporanea, tra design ed esperimenti di concetto

di - 4 Marzo 2016
Roberto Ago è curatore, critico e artista sui generis. O meglio, come lui stesso si definisce, “un iconologo indisciplinato”, che abbiamo anche in diverse occasioni ospitato sulle nostre pagine. A distanza di quasi un anno dall’ultimo intervento, Finissage, il nostro torna sul luogo del delitto, nello spazio IDEA4MI dell’architetto Paola Giannotti, accompagnato stavolta da un gruppo di artisti (e una collezionista), per mettere in scena “Fotosofie”, una piccola mostra che è un gioiello e che racconta in maniera trasparente come il medium fotografico oggi possa anche essere non convenzionale, poco ortodosso nei confronti di vecchie regole linguistiche e ricerche formali.
Così, con la complicità di Michela Alquati, Alessia Contu, Flavio Favelli, Massimo Novaresi, Luca Rossi e Silvana Turzio, Ago mette in scena una costellazione dove le immagini sono allo stesso tempo illusioni e rivelazioni, doppi, concetti “popolari” – come nel caso del Mini Cattelan scultoreo che fa da vedetta al primo piano della mostra: «È un oggetto democratico, perché può possederlo chiunque: è stato realizzato con una stampante 3D dando come unica indicazione quella di scegliere un’immagine pescata dal web, tra tutte quelle disponibili, di Maurizio Cattelan», ci racconta Ago. Che mette il dito nella piaga, contemporaneamente, della questione della serialità, dei diritti di immagine, della riproducibilità dell’opera, e anche della sacralità dell’immagine.
Un po’ come accade nell’intervento di Silvana Turzio, critica e curatrice, che mettendo mano alla propria collezione ricostruisce una sorta di fotoromanzo dove i protagonisti sono un tale Marcello Del Campo (alias Marcel Duchamp) in una strana trama che porta un omaggio a La Donna della Domenica, romanzo firmato Fruttero e Lucentini che, nella trasposizione cinematografica di Dino Risi aveva come protagonista Marcello Mastroianni. E poi Favelli, che rimette in forno alcune ceramiche della propria collezione, ibridando le vecchie texture con nuove iodine che riportano emblemi appartenenti all’universo poetico e “popolare” dell’artista e d’Italia, in una strana composizione non scevra da errori meccanici, dovuti al tropismo del nuovo processo di produzione. Sovverte il rapporto tra immagini e veicolazione pubblicitaria anche il progetto del fotografo Massimo Novaresi, che a sua volta shakera celebri brand associati a un tuorlo d’uovo, e l’intervento di Alqati, che saccheggia dall’arte contemporanea una serie di texture che, ottimamente ripresentate su foulard di seta, diventano una perfetta installazione. Definibile come? Forse come una piccola crepa, un po’ come questa mostra rigorosamente allestita, ma che tra le pieghe appunto, apre – finalmente – molteplici interrogativi sul medium più in voga oggi.

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