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Primo sguardo alla 14.ma Biennale di Lione, tra le ragnatele di Saraceno e la sposa di Duchamp

di - 19 Settembre 2017
La 14ma edizione della Biennale di Lione, curata da Emma Lavigne e presieduta da Thierry Raspail, ha aperto le porte del MAC Lyon e della Sucrière. Una grande cupola posta al centro della città francese, ovvero il Radôme di Richard Buchmimster Fuller, ospita Clinamen V4 (2017) di Céleste Boursier-Mougenot, un’istallazione sonora che invita alla meditazione. Sulla scia della contemplazione anche alcune opere presentate al Mac Lyon, come Minimal surface of a body evolution on a Field ( 2007) di Ernesto Neto, che invita lo spettatore a percorrere scalzo un morbido sentiero, immerso in luci dai colori pastello, clin d’oeil, perché no, a James Turrell e alla sua teoria della Slow Art. Al terzo piano del Mac Lyon, troviamo una dimensione più astrale, con Phases of the moon, di Dominique Blais, Home (2017), di Icaro Zorbar, Ambiente Spaziale (1967), di Lucio Fontana. Una passeggiata sonora che continua con David Tudor e Rainforest V (variation 2), con David Balula ed Every single Word Ever Used in this Room (24 Questions). Da non perdere Moré (Leaky): The falling Water Given 4-6, della giapponese Yuko Mohri in dialogo con La Mariée mise à nu par ses célibataires, même [Le Grand Verre], l’opera di Marcel Duchamp del 1934. Tra gli italiani troviamo Paolo Scheggi, con Intersuperficie curva verde, del 1966, ed Eduarda Emilia Maino, con Volume, del 1959.
Tutta un’altra storia alla Sucrière, che ci invita a una riflessione più sociale e politica, vedi il cortometraggio Crossroads, del 1976, di Bruce Conner, sui test nucleari dell’armata americana a largo dell’atollo di Bikini, ma anche Ensemble de 21 photographies, di Marcelo Brodshy, che ripercorre i momenti salienti delle manifestazioni per i diritti civili o le proteste studentesche del 68′, fino a Borderland-I Walked a Far Piece, del 2017, di Melik Ohanian, lavoro ispirato a Plans, romanzo di Rudolph Wurlitzer. Troviamo poi Tomás Saraceno, con Hyperweb of the present, del 2017: in una sala immersa nell’oscurità, solo un raggio di luce e un ragno, che tesse un’incredibile ragnatela. Di Saraceno, anche 163 000 années-lumiere. Insomma, una Biennale da non perdere, con tanti artisti e tante opere, anche se ci sarebbe piaciuto vederne di più create in situ. (Livia De Leoni)

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