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Verità e illusione della natura, nei monocromi di Giuseppe Adamo da Marignana Arte

di - 18 Aprile 2019
Fino al 20 aprile la Marignana Arte ospita la personale di Giuseppe Adamo (Alcamo, 1982) dal titolo Landing. Giovane pittore palermitano che approda a Venezia con una mostra, piccola ma densa, esclusivamente pittorica – a cura e con testo critico di Massimo Mattioli – e che si compone di tre acrilici monocromi di medie dimensioni e di un quarto più piccolo, forse tra i più riusciti, elogiato al fondo di un angolo. Si sommano, ai lavori in acrilico, tre carte, belle, compiute, sottili, che sulla questione del monocromo giocano una partita di petto, ma che forse meritano di essere esposte prive di telaio, solamente appese: avrebbero, cioè, risuonato di più e di vita propria – sul solco di Ettore Spalletti, per citare un maestro italiano che sulle carte libere ha fatto scuola.
A una prima impressione, si tratta di monocromi con tensione ai verdi scuri che sembrano campi arati visti dalla luna o da un satellite in orbita, nei quali però l’apparire di questi solchi, a prima vista materici e profondi e plastici è invece un gioco ottico, l’illusione tra il darsi di superfici tridimensionali e lo scoprire invece la realtà di una tela piatta, tutta e solo dipinta, dove la profondità si risolve in  patterns sovrapposti e orchestrati a sorpresa. Non è solo il tema della dissimulazione, della sintesi percettiva e dell’ambiguità quello messa in campo da Adamo.
Lo è ancora più il tema della Natura – e il titolo della mostra vi allude senza dubbio, così come il prevalere dei toni verdi – e precisamente nel fatto che vi è un’impossibilità nell’abitarla e nel dirla, nello starci dentro e il prenderla a oggetto, nell’appartenervi come uomo e il poterla dipingerla in quanto artista. E nel mettere in mostra questo paradosso si spiega il gioco ottico della profondità solo apparente, intravista ma impalpabile, ma ancora più si risale all’eredità siciliana più antica, tutta volta a scavare il fattore archetipico e misterico della Natura, che se si vuole potrebbe far capo a Empedocle di Agrigento quando, secondo Diogene Laerzio, pare dica: “Ogni uomo crede solo in ciò in cui s’imbatte”. (Marco Petricca)

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