Suq Festival. Genova, ph. Max Valle
Per la prima volta in 28 anni di storia, la direzione artistica del SUQ Festival – Teatro del Dialogo di Genova è affidata a due donne: Carla Peirolero, fondatrice del festival insieme a Valentina Arcuri, e Bintou Ouattara, attrice e danzatrice originaria del Burkina Faso, da anni attiva tra Africa ed Europa. Una scelta che non è soltanto organizzativa ma profondamente politica e simbolica: il festival che da quasi tre decenni lavora sull’intercultura sceglie oggi di incarnarla anche nella propria governance.
La collaborazione tra Peirolero e Ouattara nasce cinque anni fa con Da madre a madre, spettacolo ispirato a L’anello forte di Nuto Revelli (Einaudi), e arriva oggi a segnare una nuova fase del SUQ. «È un punto d’arrivo e insieme un punto di partenza», racconta Peirolero. «È un cambio di prospettiva anche per il futuro», racconta Peirolero. «Mi sentivo il bisogno di passare il testimone almeno in parte, di condividere. Credo che fosse un punto d’arrivo necessario, ma anche un punto di partenza. Il SUQ è dialogo, condivisione, coprogettazione. Viviamo l’intercultura anche nella direzione artistica e penso che questa scelta rappresenti davvero quello che il festival è diventato in questi anni».
Una trasformazione che attraversa non solo la direzione, ma anche la struttura stessa del festival. «Quest’anno lo staff è decisamente più giovane rispetto alle passate edizioni», continua Peirolero. «Ed è anche più internazionale, più femminile. A questo punto quasi tutta la parte organizzativa è composta da donne: direzione, progettazione, relazioni esterne. Mi sembra una novità importante. E vorrei che il SUQ diventasse sempre di più uno spazio attraversato da ragazze e ragazzi di seconda generazione, anche nei processi decisionali. Sarebbe naturale per un festival come il nostro».
Non è un caso che il titolo dell’edizione 2026, in programma dal 14 al 24 giugno al Porto Antico di Genova e in altri spazi cittadini, sia proprio Attraversare i confini. Confini geografici, linguistici, culturali, identitari e politici: linee che il teatro prova a oltrepassare attraverso dieci spettacoli provenienti da mondi differenti, molti dei quali per la prima volta in Liguria. Una programmazione che attraversa Iran, Libano, Marocco, Algeria, Palestina, ma anche il tema della sordità, delle migrazioni e delle identità non binarie.
Il SUQ continua così a essere uno dei luoghi più originali della scena culturale italiana: bazar mediterraneo, festival multidisciplinare, spazio di incontro e confronto politico oltre che artistico. Un festival che quest’anno appare ancora più internazionale, con una forte presenza femminile e uno sguardo rivolto alle nuove generazioni.
L’apertura è affidata ad Ascanio Celestini con Poveri cristi, spettacolo che porta in scena gli ultimi e gli invisibili delle periferie contemporanee. Un lavoro che inaugura idealmente un festival attraversato dal presente e dai conflitti del nostro tempo. Il giorno successivo arriva dal Libano Under the Flesh di Bassam Abou Diab: un’indagine fisica e coreografica sul corpo esposto alla guerra, alla paura e alla sopravvivenza. La scelta di collocarlo in una giornata dedicata a Gaza e al Medio Oriente non è casuale. «Non vogliamo essere lontani da quello che sta accadendo in Palestina e in Libano», spiega Peirolero. «Il teatro deve restare in dialogo con la contemporaneità».
Tra i lavori più attesi anche Pas moi di Diana Anselmo, lecture performance in LIS che ribalta la percezione della sordità da deficit a identità culturale e linguistica, e Ceci n’est pas Omar di Omar Giorgio Makhloufi, racconto autobiografico del giovane autore italo-algerino che mette in scena il conflitto tra appartenenze e genealogie familiari.
Il tema del confine ritorna continuamente, ma mai come slogan astratto: attraversa corpi, lingue, memorie, guerre e desideri. In Ragazza Blu del Teatro dell’Argine, ispirato alla vicenda della tifosa iraniana Sahar Khodayari, il teatro diventa denuncia politica contro il divieto imposto alle donne di entrare negli stadi nella Repubblica Islamica. In Confini della compagnia Instabili Vaganti, culture performative differenti si intrecciano in un lavoro che nasce da una ricerca internazionale sul concetto stesso di frontiera.
A chiudere il festival sarà invece una nuova produzione del SUQ: Ballata della donna e del soldato. Versi e canzoni contro la guerra, da Bertolt Brecht e altre autrici. In scena, insieme a Carla Peirolero e Bintou Ouattara, anche Irene Lamponi e Sara Cianfriglia, con la regia di Eva Cambiale. «Avevamo bisogno di un grande testimone del Novecento come Brecht», racconta Peirolero. «I suoi Dialoghi di profughi sembrano scritti oggi. Sono di una contemporaneità disarmante».
In un tempo attraversato da conflitti, muri e nuove chiusure identitarie, il SUQ continua così a difendere uno spazio fragile ma necessario: quello dell’incontro. «Non vogliamo essere lontani da quello che sta accadendo a Gaza, in Palestina, in Libano», dice ancora Peirolero. «Il teatro non può fingere di vivere separato dalla realtà. Per noi attraversare i confini significa questo: provare a costruire relazione anche dentro le fratture del presente».
Ed è forse proprio qui che il festival genovese continua a trovare la propria specificità, dopo quasi trent’anni: nella capacità di trasformare il teatro in un luogo di ascolto reciproco, attraversamento e convivenza. Un bazar culturale e umano dove i confini non vengono cancellati, ma continuamente messi in dialogo.
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