Per una volta, quindi, è l’Italia a riappropriarsi di un brano importante del proprio patrimonio culturale, usualmente preda ambita dei grandi musei internazionali.
Il foglio è presente al n. 630 del monumentale Corpus dei disegni di Michelangelo di Charles de Tolnay, in accordo con l’attribuzione di A.E. Popham e Johannes Wilde. In occasione dell’acquisto l’autografia michelangiolesca è stata ulteriormente confermata da Caroline Elam, direttrice dell’autorevole “The Burlington Magazine”, in sintonia con Michael Hirst, indiscusso specialista dell’opera grafica di Michelangelo.
Il disegno, a matita rossa, è un opera di un Michelangelo ormai quarantenne, che si avvicina all’architettura tramite le proprie esperienze come scultore e soprattutto come progettista del monumento funebre di papa Giulio II.
E’ un disegno rapido a mano libera, equivalente in termini architettonici di un “primo pensiero” per una composizione a figure. Rappresenta uno studio di progetto per un arco di trionfo, da collegarsi probabilmente agli apparati effimeri realizzati a Roma e Firenze per l’ingresso trionfale in città del papa Leone X nel secondo decennio del Cinquecento. Il segno, rapido e vigoroso, e il modo in cui la composizione è progressivamente trasformata e rafforzata, tradisce non solo i modi grafici e il linguaggio architettonico di Michelangelo, ma anche la “terribilità” delle sue procedure creative.
La presenza del disegno di Michelangelo nelle collezioni di palazzo Barbaran da Porto, a Vicenza, è significativa non solo perché l’artista fiorentino e Andrea Palladio sono i veri protagonisti dell’architettura di pieno Cinquecento, ma anche per la stretta amicizia che legava il Buonarroti con un altro vicentino, Valerio Belli. Nei fondali architettonici delle pietre dure e cristalli di rocca che incideva con rara maestria, il grande orafo vicentino si lasciava ispirare proprio da disegni d’architettura di Michelangelo del tipo di quello ora presente al Centro palladiano.
[exibart]
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