Categorie: Street Art

Il ritmo della Urban Art: a Milano, il murales di Raptuz è tutto da ascoltare

di - 6 Aprile 2022

Si intitola The Wall of IntenCity il murale interattivo targato 8.6, realizzato a Milano dall’urban artist Raptuz. Non si tratta solo un’opera d’arte urbana ma di un’esperienza musicale unica nel suo genere. Infatti, attraverso il QR Code posto sul muro si potrà scaricare un brano inedito dell’artista Dani Faiv, intitolato Nella city. Ideato dall’agenzia Gitto Battaglia 22, l’opera sarà visibile a Milano, in via E. Schievano 8, fino al 29 aprile 2022. Vicky Gitto, direttore creativo dell’agenzia ha così salutato il progetto: «La musica è uno dei driver più potenti come aggregatore di persone, genera emozioni che le persone condividono, pensavamo che questo fosse il modo più forte per raccontare quest’operazione e per avvicinare le persone a un’area suburbana della città dove magari per altri motivi non sarebbero andati».

In occasione della sua prima limited edition a tema street art, 8.6, il brand di birra olandese, parte della grande Swinkels Family Brewers, ha così coinvolto due dei maggiori esponenti della cultura underground italiana in un progetto che interpreta il mondo della brewery a colpi di bombolette spray e barre. Si tratta di un modo per valorizzare le periferie attraverso un il linguaggio espressivo comune, quello della street culture.

Sono i lupi i protagonisti dell’opera di Raptuz che paiono quasi invitare l’osservatore a vivere la città con tutta la sua vibrante energia. Raptuz ha raccontato il suo pezzo spiegando che dipingere graffiti è per lui «Come essere un lupo nel proprio branco, a volte puoi non sentirne il richiamo, ma resti sempre un lupo The Wall of IntenCity mi ha permesso di reinterpretare lo spirito di 8.6 e trasformarlo non solo in un’opera d’arte urbana, ma in una vera e propria esperienza che fonde la visual art con la musica».

Il brano e l’opera dialogano sinergicamente nel loro contesto. Nel suo energico brano Dani Faiv ha invece raccontato l’intensità della vita in una città frenetica, a volte contradditoria, ma sempre ricca di emozioni come Milano. Abbiamo intervistato Raptuz per conoscere meglio il suo pezzo e la poetica dietro la sua realizzazione.

Sentiamo spesso parlare di riqualificazione urbana, spesso però, questa avviene senza uno studio ed un coinvolgimento della realtà che ospiterà quel pezzo. Quanto è importante per un’opera murale dialogare nel posto che la ospita?

«Parlando di riqualificazione urbana, lo studio e la conoscenza della realtà locale dovrebbe essere sempre la base di partenza per lo sviluppo di un buon progetto. Dialogare con i materiali ed il supporto a disposizione, con l’intera location, e con le persone che ne fruiranno è la chiave per la realizzazione di un’opera di successo».

A quale pubblico è rivolto il tuo pezzo? Quale è il significato che attribuisci al termine undergrund?

«Solitamente cerco di fare pezzi “semplici” per farli comprendere ad un target più ampio possibile, secondo me non ha senso fare ogni volta pezzi “concettuali a tutti i costi. L’arte in generale ed il writing in particolare, se è fatto in strada, è una cosa che deve essere fruibile da tutti, ed a volte è già un successo fare qualcosa che piaccia alla gente che ci passa davanti, spesso in modo casuale.

Anche quest’ultimo progetto The Wall of IntenCity che ho realizzato insieme a 8.6, la birra doppio malto di Swinkels Family Brewers, segue la stessa logica, è un’opera d’arte urbana nel cuore della periferia milanese, che si rivolge a tutti; chi passa per caso, chi ci vive, chi ci lavora, ecc. La particolarità di quest’opera è che essa crea un’interazione con i passanti, non solo grazie all’impatto visivo del murales, ma anche grazie alla musica che si può scaricare tramite un QR Code posto sul muro: un inedito di Dani Faiv, giovane trapper che racconta con le sue barre ciò che io racconto con le mie bombolette».

Sei sulla scena da più di trent’anni quali sono i cambiamenti cruciali che hai notato a chi si approccia con le bombolette al dialogo con i muri e la strada?

«A mio parere la scena si può dividere in due ere ben distinte: PRE-INTERNET, e POST-INTERNET. All’inizio era un’avventura tutta da scoprire, senza visibilità, senza sponsors, senza social media managers, con pochi materiali tecnicamente approssimativi e inadatti, ne studiati appositamente per il Writing. La visibilità te la prendevi a suon di pezzi illegali, foto sfuocate, e tanta, tanta fatica. “Sudore e sangue sul cemento” non era inteso in senso figurato, era semplicemente quello che ti aspettava se volevi farti notare dai rari committenti e media del tempo.

Poi è arrivato internet e con l’era digitale tutto è diventato apparentemente più semplice, sono arrivate le prime sponsorizzazioni, sono stati studiati materiali dedicati molto performanti e le foto erano improvvisamente in alta risoluzione. Ma soprattutto tutto il gioco è diventato di moda e mainstream.

La cosa buona di tutto ciò è che ora con un click hai tutta la visibilità che vuoi, la scena è diventata in un attimo da cittadina/regionale/nazionale, a globale con molte più possibilità ed opportunità di far vedere le tue opere a molte persone in tutto il mondo.
Quello che invece è cambiato radicalmente è l’approccio delle nuove generazioni. Ora si tende già a partire con in testa l’idea di fare business, di prendere grandi commesse, e di diventare famosi, anche se in realtà molto spesso sotto c’è troppo marketing e poca sostanza, si pensa che fare visualizzazioni o avere followers significhi automaticamente aver svoltato, ma a volte significa solamente “che per una volta ti è andata bene!”.
In ogni caso, e come per ogni altro lavoro, la differenza la fa sempre il talento, la passione, lo studio, la caparbietà, e la fame di emergere. Credo che questo non cambierà mai».

Writing e arte sono due termini distanti o sinonimi?

«Secondo il mio personale punto di vista il Writing è soprattutto passione, voglia di emergere e stile. Quando questi tre fattori incontrano lo studio, la sperimentazione e la tecnica, allora possiamo anche dire che i due termini collimano fondendosi in un’unica parola».

Ti vai di parlarci della tua tecnica denominata Broken Window Futurism?

«Certo: Broken Window Futurism, è una personalissima modalità espressiva da me creata ed evoluta negli anni, attraverso la quale scompongo i soggetti rappresentati, nelle forme o nei colori, giocando con le scale di colore, con i contrasti caldo/freddo e luce/ombra, per consentire una visione multifocale, frammentata e scomposta, di immagini astratte o figurative. Ogni parte del soggetto è rappresentato ad altissima risoluzione e nella rappresentazione dei frammenti ne vivo la dinamicità, il flusso, come una veloce e colorata sequenza di fotogrammi, reinterpretando la realtà secondo diversi punti di vista.
Anche nel Murales di via E. Schievano, 8 ho utilizzato questa stessa tecnica per rappresentare i lupi, protagonisti della mia ultima opera, animali dallo spirito fiero e deciso che invitano l’osservatore a vivere la città con tutta la sua vibrante energia».

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