Anna Karenina, regia di Luca De Fusco, ph. Antonio Parrinello
Nel buio che si accende lentamente sulla scena, tra i tagli di luce che definiscono presenze, assenze e derive interiori, si consuma il destino personale e universale di Anna Karenina. La nuova regia di Luca De Fusco, con l’adattamento drammaturgico firmato insieme a Gianni Garrera, restituisce al palcoscenico non solo la potenza tragica del grande classico tolstojano ma soprattutto la sua più intima e lacerante lettura intrapsichica. È uno spettacolo che guarda alla grande tradizione per rinnovarne la forma, senza rinunciare all’anima.
Anna Karenina, moglie del rigido e formale Karenin, madre sinceramente affettuosa e presenza brillante nella alta società di Pietroburgo, si innamora visceralmente del conte Vronskij. Il loro amore travolge ogni convenzione e la spinge verso l’isolamento, la rinuncia agli affetti, la rottura sociale e infine la rovina. Attorno a lei, altre esistenze si intersecano: quella del fratello Stiva Oblonskij, emblema della leggerezza e della superficialità etica; quella di Levin, sempre tormentato dalla ricerca di senso e dalla fede. Percorsi paralleli che si intrecciano solo per far risaltare, in contrasto, la caduta verticale e tragica di Anna.
De Fusco non ci offre una riduzione teatrale ma fa esplodere, direttamente dal palco, il dramma psichico di Anna. Il dispositivo scenico è complesso: proiezioni, interventi sonori, entrate e uscite dei personaggi regolate con azioni di raffinata illuminotecnica. Gli attori passano dal dialogo diretto al racconto rivolto al pubblico, come un coro moderno che espone, riflette, anticipa.
È un teatro di emersione drammatica dove le tensioni intrapsichiche si alimentano e crescono dal loro stesso consumarsi. Stiva, il superficiale, canta Il mio tesoro incanto dal Don Giovanni per consolare o canzonare la moglie tradita, un gesto dolcemente assurdo che spiega più di ogni parola la vacuità affettiva. È senz’altro una citazione colta ma situata in bocca a chi della cultura coglie solo l’aspetto amusant e leggero.
La scena erotica tra Anna e Vronskij, mostrata come visione in bianco e nero nello stile del fotografo giapponese Nobuyoshi Araki, genera nello spettatore una forte sensazione di liberazione e di verità realizzatrice. L’erotismo, spogliato da ogni orpello romantico, diviene il corpo stesso di Anna, l’unico o più vero ma impossibile corpo che ella possa vestire.
La drammaturgia restituisce e rivitalizza l’interiorità dei personaggi. Anna, divisa tra Es e Super-Io, come sottolinea lo stesso regista, vive un conflitto senza tempo che Tolstoj tratteggia con la precisione crudele di un profeta inconsapevole. Il regista osserva: «Tolstoj credeva di aver creato un’antieroina. In realtà, ha dato vita a una delle figure più luminose e contraddittorie della letteratura».
La scena finale è di un realismo spiazzante: una locomotiva, quasi a grandezza naturale, avanza sulla scena, schiacciando con il suo peso simbolico e fisico il corpo e il sogno di Anna. È un gesto di abbandono, di chiusura al mondo che non apprezza né giustifica la scelta di verità e non semplicemente d’amore, di Anna. Anna si avvia al patibolo non per negare la propria verità ma per separarsi dalla menzogna del mondo. Quel mondo non vuole o non sa accettare il corpo-amante di Anna e Anna, con atto rituale e sacro – «è come da bambina, quando mi buttavo in piscina e mi facevo il segno della croce» – distrugge il mondo che non sapeva ruotare attorno al suo nuovo corpo.
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