Categorie: Teatro

La 55esima edizione di Santarcangelo Festival: perché abbiamo ancora bisogno delle storie degli altri

di - 12 Luglio 2025

Raccontare le prime giornate di Santarcangelo Festival significa entrare in un paesaggio agitato da corpi, gesti e visioni. La 55esima edizione dello storico festival romagnolo, quest’anno fino a domenica 13 luglio, prende forma a partire da presenza e azione, concetti che appartengono al linguaggio delle arti performative, ma che oggi si caricano di una nuova urgenza politica. Presenza come esposizione radicale del corpo e delle soggettività; azione come gesto che interrompe l’inerzia e come pratica di trasformazione.

Rapeflower, ph. Pietro Bertora

È attorno a queste due direttrici che si struttura la programmazione dell’edizione 2025 del festival, e da queste stesse parole prende forza il motto scelto: not yet, non ancora. Lo ha affermato con chiarezza il direttore artistico Tomasz Kirenczuk nel suo intervento durante l’incontro inaugurale del 4 luglio: not yet è una presa di posizione, un rifiuto della passività, un invito a stare dalla parte di chi dissente, di chi resiste, di chi immagina. Parole forti che arrivano a qualche giorno di distanza dalla pubblicazione dei punteggi ministeriali che hanno visto il festival passare da 28 a 14 punti. In un tempo segnato dalla paura, dalla violenza sistemica e dalla marginalizzazione dei corpi non conformi, Santarcangelo Festival sceglie di schierarsi apertamente attraverso la scelta di artiste e artisti che abitano la scena con consapevolezza politica.

Rapeflower, ph. Pietro Bertora

Molte delle performance in programma partono da esperienze personali e autobiografiche, trasformate dagli artisti in un racconto collettivo. Corpi che hanno subito violenze – sessuali, storiche, sistemiche – ora si espongono per produrre uno spostamento dello sguardo, una narrazione altra, con l’obiettivo di mettere in crisi ciò che si dà per stabilito. L’idea di partenza è quella di mettere in gioco la propria presenza e la propria azione per dare forma a questioni che nella società contemporanea risultano urgenti, ma ancora troppo spesso silenziate o rimosse.

Non è un caso, infatti, che nelle prime tre giornate di programmazione il festival abbia ospitato ben due spettacoli, BOUJLOUD (man of skins) di Kenza Berrada e RAPEFLOWER di Huna Umeda, che affrontano esplicitamente il tema dello stupro e dell’abuso sessuale.

Boujloud, Ph. Pietro Bertora

In BOUJLOUD, Berrada prende spunto dalla figura rituale marocchina di Boujloud – creatura ibrida, a confine fra sacro e mostruoso – per costruire una performance che non si limita a raccontare il trauma, ma mette in crisi l’intero discorso che lo circonda. Il lavoro si muove su una linea critica che scava nelle crepe profonde lasciate dalla violenza, mettendo in discussione il significato stesso di consenso e restituendo tutto il peso del silenzio e dell’isolamento (familiare e sociale) a cui spesso è destinato chi decide di raccontare un episodio di abuso sessuale. Attraverso il racconto della propria storia intrecciata a quella di altre donne, Berrada forza lo sguardo dello spettatore e lo costringe a riconsiderare le retoriche e le narrazioni con cui si parla di violenza sessuale; emblematica e significativa è la frase che viene ripetuta più volte dalla performer: “parlare di abusi con correttezza è come cercare di rendere tollerante l’inaccettabile”.

Boujloud, Ph. Pietro Bertora

In RAPEFLOWER, Hana Umeda adotta un linguaggio visivo e coreografico potente e disturbante. Protagonista della performance è il corpo nudo di Umeda che, attraversato e illuminato da luci stroboscopiche e videoproiezioni, diventa il luogo in cui prende forma la narrazione dell’abuso sessuale. Segno tangibile e concreto della violenza è un oggetto composito – una sorta di ventaglio formato da più elementi – che la performer tiene tra le gambe: un corpo estraneo ed esterno che invade e lacera l’interno. L’oggetto viene integrato pienamente all’interno della coreografia: Umeda lo mostra al pubblico, lo espone, lo fa scorrere sulla sua pelle. È il segno del dolore dell’abuso che non sparisce ma che si stratifica, diventando parte integrante del corpo e dell’identità di chi subisce violenza, ridefinendone incisivamente i gesti e la memoria.

Anche Pas Moi di Diana Anselmo parte da una condizione vissuta – la disabilità uditiva – e si trasforma in un’opera di riscrittura radicale della narrazione dominante. Lo spettacolo ricostruisce la genealogia dei primi dispositivi sonori (microfoni, fonografi, registratori), mostrando come questi siano stati pensati con l’intento correttivo e normativo di eliminare la sordità e uniformarla al mondo udente. Anselmo rivendica un ribaltamento delle gerarchie di linguaggio e ascolto, dimostrando che la comunicazione non passa solo per la voce, ma può brillare anche nel silenzio, in un applauso in lingua dei segni.

Pas Moi, Ph. Pietro Bertora

Il taglio dei punteggi ha generato una forte mobilitazione a livello nazionale e, su impulso del collettivo Vogliamo tutt’altro, è stata organizzata per lunedì 7 luglio una grande assemblea nazionale, trasmessa in diretta streaming da decine di centri culturali in tutta Italia. A Santarcangelo, la sede scelta è stata simbolicamente la sala del consiglio comunale, dove hanno partecipato decine di persone. Tra gli interventi, anche quelli dei tre membri dimissionari della commissione prosa, che hanno ribadito le ragioni della loro scelta, in dissenso con politiche che penalizzano la ricerca e l’innovazione, a favore di un teatro sempre più commerciale e orientato all’intrattenimento. È emersa una forte preoccupazione: i tagli sembrano rispondere a un disegno culturale preciso, che – come ha affermato il direttore Kirenczuk – richiama quello delle destre in Ungheria e Polonia. Per resistere a questo attacco, molti interventi hanno sottolineato l’urgenza di unire le forze e costruire alleanze, anche al di fuori del mondo culturale. Come “Santarcangelo festival” dimostra da oltre cinquant’anni, il teatro e le arti perfomative non sono e non vanno considerati come meri dispositivi di intrattenimento ma mezzi attraverso cui si può prendere voce, esprimere dissenso, abbattere barriere linguistiche e comunicative. L’arrivo della catarsi è inevitabile nel momento in cui siamo costretti a incontrarci e scontrarci con le storie degli altri, confermandoci che ne abbiamo bisogno per la nostra stessa sopravvivenza.

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