La montagna incantata foto di Franco Guardascione
Su un grande schermo scorrono le immagini di un treno che attraversa paesaggi innevati, montagne, gallerie, stazioni. Seduto in proscenio un uomo con una valigia è in attesa con un libro in mano. Si presenta. È la figura dello stesso scrittore, Thomas Mann, a introdurci nelle pagine del suo romanzo; subito entrare dentro il luogo del racconto sulle orme del giovane protagonista di nome Hans Castorp; e riapparire in chiusura di spettacolo, chiosando sulla vigilia della tragedia della Prima guerra mondiale. Di straordinaria modernità, il capolavoro novecentesco La montagna incantata (Der Zauberberg) di Thomas Mann, satira della borghesia europea pre-bellica, è opera monumentale della letteratura tedesca. E monumentale è, a suo modo, la rielaborazione in forma teatrale del romanzo fatta dalla compagnia archiviozeta, guidata da Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni.
Nato come evento itinerante, concepito in tre tappe temporali, dal 2022 al 2024, presso il Cimitero militare germanico sulle montagne della Futa – luogo simbolo di una guerra feroce e della riconciliazione tra popoli, lì dove la resistenza ha lottato contro il nazifascismo -, poi nel complesso monumentale di San Michele in Bosco all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, lo spettacolo è ora approdato sulle tavole del palcoscenico dell’Arena del Sole di Bologna (produzione archiviozeta, in collaborazione con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale) rappresentato nella sua interezza nella forma di maratona teatrale: sette ore volate via senza accorgercene, tale è stato il coinvolgimento dell’appassionato allestimento.
Pubblicato nel 1924 al termine di una “gestazione” lunga dieci anni, La montagna incantata si svolge nel cuore delle Alpi svizzere, dove lo scrittore trasse l’ispirazione mentre era in visita alla moglie Katia, a sua volta ricoverata in sanatorio per curare una malattia polmonare mal identificata. Racconta il soggiorno a Davos di Hans Castorp, ingegnere navale neo-laureato di Amburgo, che va a trovare il cugino Joachim, militare di carriera, in cura per la tubercolosi. Quella visita momentanea si trasforma in una lunga permanenza settennale durante la quale si compirà il suo rito di iniziazione: da individuo “medio” privo di interessi culturali e spirituali, si trasformerà in un uomo finalmente consapevole delle tematiche esistenziali su cui si fondano non solo le vite dei singoli ma l’intera storia dell’umanità.
Inebriato dall’aria di montagna, il giovane è affascinato sempre più dall’atmosfera e dalla vita quotidiana dei residenti, gran parte dei quali appartiene all’élite europea. Si lascia coinvolgere nei dibattiti tra sani e malati, tra forze avverse, nelle discussioni col dottore, tra i due pedagoghi che si contendono il suo spirito – il sereno umanista italiano Settembrini, liberale e assertore del progresso umano – e Naphta – l’ascetico e violento gesuita di origine ebraica, comunista e dogmatico negatore dell’umanesimo progressista; si perde accecato dall’amore per la russa femme fatale Claudia Chauchat e dalla personalità dionisiaca di Peeperkorn.
In questo spazio ermetico dove il tempo è sospeso e dove tutto appare immutabile, il romanzo esplora grandi temi esistenziali (l’amore, il tempo, la libertà, la malattia, la morte) gettando uno sguardo acuto sullo spirito dell’epoca alle soglie della Prima guerra mondiale. E sarà lo scoppio della guerra a fermare simbolicamente le lancette dell’orologio, e a spezzare l’incanto ambiguo che imprigionava Hans Castorp sulla montagna incantata. Il romanzo si ferma con lui avviato verso la trincea «…nella pianura della tribolazione». «Una parabola costituita da un’ascensione nei territori della cura e dei massimi sistemi che si chiude con una discesa agli inferi delle “terre basse”», sintetizzano i registi.
L’attualizzazione col nostro tempo inquieto e sciagurato, funestato da guerre, è tragicamente palese. Nella esemplare riduzione drammaturgica e scenica di archiviozeta, accompagnata da una composizione musicale live di un violoncellista, c’è un’accelerazione, via via, dei tempi e degli eventi, nelle tre parti della messinscena dal ritmo cinematografico, che include incursioni in e dalla platea e dai palchi del teatro, videoproiezioni espanse, immagini e voci d’archivio storiche (come quella radiofonica di Mann alla BBC per denunciare l’ignominia nazista), con gli interpreti che spaziano dentro un concreto universo di arte visiva con oggetti dal design Decò e moderno, costumi d’epoca mescolati a fogge stilizzate in bianco e nero, accenni a movimenti danzanti e posture sospese. In un climax kafkiano e grottesco, oscillante tra sogno e incubo, tra echi espressionisti e metafisici, questo gran teatro ci dice tutto di quella realtà ammorbante della “malattia chiamata uomo”.
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