Una vibrante e guttusiana Vucciria del terzo millennio, intitolata programmaticamente Avanguardia (2002) è l’immagine che apre la nuova personale di Francesco Lauretta (Ispica, Ragusa, 1964). Quasi a voler dimostrare una certa affinità spirituale con le opere del suo illustre conterraneo. Quel Renato Guttuso del quale sembra condividere i sapori, gli odori, i colori forti di una Sicilia popolare. Ma senza quella dimensione epica, tipica di tanti suoi quadri in mostra qui a Palazzo Bricherasio. Lauretta nasconde, invece, una sottesa operazione concettuale. Che lo stesso curatore Luca Beatrice vagheggia mentre s’interroga sul possibile significato dell’opera in questione: “Il titolo Avanguardia per una quasi cover guttusiana sarà per caso la restituzione di uno status a uno che dal modernismo filoavanguardista è pressoché stato ignorato?” . Già, un’operazione concettuale. Compiuta
Una riflessione sulla storia dell’arte in pittura, per ribadire il concetto di ready made pittorico elaborato dallo stesso Lauretta: “Ai giorni nostri, la pittura è diventata quanto non è mai stata prima: ready made.”
Come quando dipinge lo Scolabottiglie di Marcel Duchamp, “non su tela, ma su tavola, un’insolita e solida icona”, e appone per la seconda volta ad un oggetto comune il sigillo di opera d’arte. Prima dichiarato tale perchè legittimato dal contesto istituzionale, ora in quanto immagine convalidata dalla pratica pittorica.
L’artista siciliano non è nuovo a questo gioco di rimandi. Già messi in campo in opere come Les demoiselles d’Avignon (2000) e Le tre grazie (2001). Con una volontà, riconosciuta da Beatrice, di “dissacrare i miti, tipico della generazione postmoderna, di prendersi gioco dei capisaldi della cultura sostituendoli con infimi oggetti d’affezione”. Anche attraverso un linguaggio figurativo ma fotografico, che imita la qualità dell’arte digitale senza far abdicare la pittura al suo ruolo principe. E tra una Conversione (2002) e
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