La mostra, che abbraccia quindici anni di ricerca, ha il suo filo conduttore nei temi della narrazione e della memoria, che sono alla base del discorso artistico del fotografo.
Nelle piccole composizioni assemblate come collage ed arricchite da minimi interventi grafici, il tempo e la sua cognizione, sembrano perdere un contorno preciso ed acquisire altre sembianze, ricomponendosi con il contenuto di ogni singolo elemento (vecchie foto, fotogrammi di film porno, pezzi di carta colorata e cartoncini) in un minuzioso lavoro di sovrapposizioni e accostamenti, infine rifotografato per giungere all’opera finale.
Altri lavori, come quelli della serie “sul mio corpo”, prendono “spessore” e diventano tridimensionali, delimitati da una cornice di cartoncino nero che sembra il siparietto di un teatro. Sono immagini fortemente simboliche, autoscatti in cui piedi e mani sono trafitti da graffette, in un palese richiamo all’iconografia del Nazareno.
Tutti i lavori esposti, rientrano in cicli precisi, corrispondenti a periodi e serie differenti, quali “Anamorfosi” dell’84, ritratti in B/N di volti ampliati con deformazioni prospettiche; “Ritratto della memoria: polaroid 600” dell’86 in cui l’artista usa la fotografia quadrata, che in seguito diventerà una costante; “Stratificazioni” del 1987, con immagini polaroid di grande formato, sovrapposte e con interventi di aggiunta o rimozione a mano, sulla pellicola. Inoltre le serie “Museo della memoria: ipotesi di donazione” eseguita tra l’88 e il 90 e “Reliquari 1991-1996”. Del 1993, un grande trittico intitolato “La morte di Adamo”, richiama ancora l’iconografia di Cristo.
Una certa componente religiosa appare costantemente ed emerge anche dall’installazione formata da dodici foto di piedi, adagiate in terra in una fila verticale e completata da un catino posto su un panno bianco, che si richiama ad un intervento del ‘98, “False muse”, in cui l’artista lava i piedi alla propria gallerista, in un simbolico e provocatorio gioco dei ruoli.
Bruno Panebarco
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