La ricerca di
Mike Nelson (Loughborough, 1967; vive a Londra) entra nel cuore delle ambiguitĂ esistenziali, che spesso assumono connotazioni grottesche. Labirinti, luoghi claustrofobici, memorie, ostacoli improvvisi segnano la realtĂ , costringendo lâindividuo a improvvisi cambi di direzione, lasciandolo sospeso in una dimensione provvisoria.
Il progetto realizzato per questa prima personale in Italia nei tre spazi della Galleria Franco Noero, dal titolo
The Caves of misplaced Geometry, allude allo spiazzamento, sensazione che colpisce lo spettatore al suo introdursi negli ambienti della Fetta di Polenta (questo il soprannome del palazzo sede da qualche tempo della galleria torinese), sulle cui architetture, ardite fino allâestremo, Nelson interviene sigillando le finestre.
Negli ambienti, di per sĂŠ angusti, immersi nellâoscuritĂ , il silenzio diventa tagliente.
From the outside, silently watching, recita questa prima installazione, evidenziando il contrasto fra esterno e interno: l
a percezione si esercita soprattutto sulla congerie di oggetti prelevati dai piĂš diversi contesti, sempre allusivi a una mescolanza di cultura occidentale e mediorientale.
Al piano terra, traendo spunto da tre racconti brevi di Kafka, Borges e Ballard, Nelson costruisce un luogo dâisolamento ed esclusione, nel quale un fuoco dai rimandi magici dialoga con un casco da motociclista, elemento ricorrente nel lavoro, sintomo del nomadismo esistenziale. Al piano superiore sâincontra un âsacrarioâ (
Shrine), elemento prediletto dallâartista, metafora del rifugio dove ci si circonda di oggetti allâapparenza futili: un tappeto, una valigia sulla quale poggia uno specchio, del tipo usato nei camerini di scena, quasi a rammentare lâidentitĂ di vita e spettacolo.
Si sale ancora e ci sâimbatte in un altro fuoco, di grandi dimensioni, illuminato al suo interno da luci al neon, e, al piano di sopra, una sorta di scala, appoggiata a una parete, in un ambiente di vittoriana memoria. Allâultimo piano di nuovo un âsacrarioâ, nel quale troneggia una specie di ghigliottina, e poi, allâintorno, un micro-sgabello, un ventilatore, una fotografia trovata a San Francisco, un tappeto di mucca, di quelli di moda negli anni â60, due corna. Indizi, tracce, memorie.
Lâinstallazione realizzata in uno dei due spazi di Piazza Santa Giulia,
Amnesiac Shrine or Platform Ruin, riprende il lavoro elaborato lo scorso anno alla Hayward Gallery: di qui proviene infatti la grande struttura di doghe in legno, fortemente simbolica, che pare una soglia ma è anche un ostacolo, un muro.
La stessa ambiguitĂ caratterizza lâultima parte del progetto,
Untitled 22 (High Plains Drifter), riflessione sulla monocromia di
Niele Toroni e omaggio a un vecchio film di
Clint Eastwood. La porta dâaccesso allo spazio è completamente verniciata di rosso, tranne in un piccolo punto, cosĂŹ da risultare impenetrabile.
Lo spettatore è costretto a inventarsi
voyeur, per cercare di varcare, almeno con la mente, la soglia dellâInferno dal quale sembra dover restare escluso.